BCE: tassi fermi e addio Lagarde. E adesso?

La BCE ha lasciato i tassi di riferimento invariati, ma timori sia lato crescita che inflazione. Lagarde sconvolge con l’annuncio di addio anticipato, ora i possibili candidati.

Autore: Macro Research Team
Lagarde parla ai media dopo il Consiglio direttivo BCE sul controllo dell’inflazione.

Photo by Thomas Lohnes/Getty Images

Alla riunione di ieri la BCE ha lasciato invariati i tre tassi di riferimento, con il tasso sui depositi fermo al 2,50%. La decisione era ampiamente attesa dal mercato, ma è stata messa in secondo piano dall’annuncio della presidente Christine Lagarde: lascerà l’incarico il 7 febbraio 2027, con circa nove mesi di anticipo rispetto alla scadenza naturale del mandato, fissata a ottobre 2027.

Procediamo con ordine. Sul fronte della politica monetaria, il comunicato indica che i prezzi dell’energia pesano sull’inflazione al rialzo e sulla crescita al ribasso, anche se arrivano buone notizie dalla pubblicazione preliminare odierna sul PIL del terzo trimestre dell’Eurozona: variazione anno su anno dell’1,3% contro le attese dell’1,1%. Il lato positivo per Lagarde è che l’inflazione di fondo è rimasta stabile. In conferenza stampa la presidente ha detto di non vedere effetti di secondo livello rilevanti né una reazione significativa dei salari, un segnale positivo rispetto ai timori di propagazione del rincaro energetico agli altri settori dell’economia. Ha inoltre sottolineato che diverse misure delle aspettative di inflazione a lungo termine non sono aumentate. Ha ribadito la determinazione a riportare l’inflazione verso il target del 2% e ha definito abbastanza chiara la direzione dei tassi secondo il board. La decisione è stata unanime, ma diversi membri hanno valutato un rialzo alla riunione appena passata. Il mercato prezza adesso con una probabilità dell’85% circa un rialzo dei tassi a dicembre.

Molte domande dei giornalisti hanno riguardato la Francia, dopo il forte rialzo dei rendimenti e l’allargamento degli spread delle ultime settimane. Lagarde è stata chiara: la BCE ha diversi strumenti per intervenire, ma sono gli Stati più indebitati che devono definire piani fiscali più efficaci per ridurre il deficit. Poi l’attenzione si è spostata sul suo addio: la presidente ha spiegato di voler poter esprimere liberamente le proprie posizioni anche su temi che esulano dalla politica monetaria, possibilità che la carica attuale non le consente. Il processo per la successione è già avviato: tra i nomi che circolano ci sono lo spagnolo Pablo Hernández de Cos, l’olandese Klaas Knot e il tedesco Joachim Nagel.

Rispetto agli Stati Uniti, anche loro reduci dalla riunione della Fed, la differenza principale è la crescita: nell’Eurozona i rischi restano al ribasso, mentre oltreoceano le parole di Warsh e i dati macro confermano una situazione di forza. I messaggi su effetti di secondo livello assenti lato inflazione e su strumenti disponibili per intervenire sui titoli dei paesi più in difficoltà hanno fatto scendere i rendimenti in Europa e comprimere gli spread, sebbene la tensione resti elevata. I problemi, però, non mancano: timori rilevanti sulla crescita, prezzi dell’energia ancora elevati, si veda il nuovo rialzo odierno del prezzo del petrolio, la necessità di un passaggio di consegne ordinato dopo Lagarde e quella di leggi di bilancio credibili nei paesi europei, che dovranno anche mantenere la stabilità politica durante l’intensa stagione elettorale del prossimo anno.

In generale questa sessione di incontri delle banche centrali si è conclusa con “una presa di tempo collettiva”: oltre a BCE e Fed, anche Bank of Japan ha mantenuto i tassi fermi, ma con elevate probabilità di rialzi a dicembre per tutti e tre gli istituti.



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