Fed: tassi fermi e board diviso. Inflazione ancora rischio principale

La Fed ha lasciato i tassi invariati, ma non all’unanimità. Le parole di Warsh e i dati di oggi confermano crescita forte, mentre l’inflazione, ancora elevata, resta il rischio principale per gli USA.

Autore: Macro Research Team
Statua di un'aquila sulla facciata del Marriner S. Eccles Federal Reserve Board Building a Washington con l'iscrizione Federal Reserve visibile sull'edificio.

Photo by Alex Wong/Getty Images

La Fed ha lasciato i tassi invariati nel range 3,75%-4%. La decisione era ampiamente attesa; meno lo era il voto diviso (10-2), con due dissenzienti favorevoli a un rialzo di 25 pb: Beth Hammack, presidente della Fed di Cleveland, e la governatrice Lisa Cook, nota per lo scontro legale con Trump sul tentativo di rimuoverla. Dallo statement emerge un’economia che si espande a ritmo sostenuto. L’incertezza resta elevata, in parte per i fattori geopolitici, ma la spesa interna è resiliente, la crescita della produttività è forte e gli investimenti in conto capitale sono solidi. Il mercato del lavoro appare in equilibrio. Il rischio principale resta quindi l’inflazione, ancora elevata. I dati macro della giornata hanno validato lo statement: il PIL annualizzato del terzo trimestre si attesta al 3,4% t/t, sopra il consensus (3,2%) e in forte accelerazione rispetto al 2,2% precedente. Sul fronte dei prezzi, l’indice PCE di settembre sale dello 0,5% su base mensile, in linea con le attese e in accelerazione rispetto allo 0,3% di agosto, portando il dato annuo al 3,6% (dal 3,4%).

Di maggiore interesse sono il tono e le parole del presidente Kevin Warsh. L’accento è stato posto ancora sull’inflazione e sulla determinazione a riportarla al target del 2%. Ma se il tono resta da “falco”, sotto la superficie si intuisce altro. Warsh ha sottolineato che il rialzo di settembre ha già iniziato a modificare le condizioni finanziarie e creditizie e che gli operatori di mercato sono più selettivi nell’allocazione del capitale. Tra le notizie più rilevanti c’è il cambio del calendario del FOMC. Le riunioni restano otto all’anno, ma nel 2027 una sarà dedicata esclusivamente alla strategia generale di politica monetaria, senza voto sui tassi né comunicato. Nel 2028 le riunioni strategiche dovrebbero essere due. Secondo Warsh, la logica è semplice: le decisioni di breve periodo richiedono incontri tempestivi, regolari e ricchi di informazioni, ma serve anche tempo e spazio per deliberazioni strategiche. Il calendario è presentato come una scelta istituzionale, che incide sulla qualità delle deliberazioni e delle decisioni. Secondo diversi analisti, la scelta è coerente con la linea di Warsh a favore di una minore forward guidance e di segnali meno frequenti al mercato, con il rischio di una maggiore volatilità.

Il mercato ha reagito in modo relativamente “dovish”: calo dei rendimenti dei Treasury e delle probabilità di rialzo tassi a dicembre, dal 90% all’80% circa. Una chiave di lettura è la tesi di Warsh secondo cui l’aumento dei rendimenti a lunga scadenza esercita già un effetto di raffreddamento su inflazione e crescita, e che gli effetti della stretta di settembre si stiano già vedendo. Lo storno dei listini a inizio mese e la maggiore volatilità del comparto tech hanno favorito un clima di risk off, con rendimenti in calo, alleggerendo anche la pressione del comparto obbligazionario sulle decisioni della Fed.

Nonostante i tentativi di Warsh di stemperare i toni, la situazione resta complicata, come mostrano i due dissensi a favore del rialzo, l’incertezza geopolitica elevata con il timore di nuovi attacchi statunitensi, i prezzi dell’energia sui massimi o quasi e l’inflazione headline e core in aumento. La Fed resta in modalità “wait and see” e, secondo alcuni, temporeggia per non alzare i tassi prima delle elezioni di midterm, ipotesi che Warsh ha smentito affermando che la politica non ha avuto alcun ruolo. Il quadro resta comunque lontano dall’essere distensivo.



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