Hormuz, Treasury e oro: i mercati non credono più alle promesse

Petrolio sopra 90$, premio Iran ora strutturale. Treasury decennale sopra 4,7%, trentennale oltre 5,3%: livelli record. Dollaro sotto pressione, oro in salita.

Autore: Donatella Principe, Macro Research Team
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Dal conflitto militare alla guerra economica

Il cambio di passo arriva da Washington: dalla guerra militare si passa alla guerra economica. Nuove sanzioni contro Teheran e possibili sanzioni secondarie contro chi continuerà a fare affari con l'Iran indicano che il conflitto potrebbe diventare più lungo e più logorante di quanto i mercati sperassero. Il petrolio resta sopra i 90$ e i futures apprezzano per fine anno una quotazione poco sotto questo livello, mentre pochi mesi fa il mercato guardava ancora un Brent intorno ai 72$ a dicembre. Il premio Iran non viene più percepito come temporaneo, ma come un rischio strutturale.

Inflazione e Fed: il dilemma di Jackson Hole

Energia più cara significa benzina più cara. E proprio mentre la pressione sui prezzi torna a salire, la Fed si trova davanti a un dilemma sempre più scomodo. Il dato sul PCE di questa settimana sarà importante, ma il vero snodo resta Jackson Hole. Il mercato oggi si aspetta una Fed prudente, forse ferma fino a dicembre. L'idea di Warsh è apertamente dichiarata: i rendimenti obbligazionari più alti possono fare parte del lavoro della Fed, raffreddando l'economia senza nuovi rialzi ufficiali dei tassi.

Treasury ai livelli record: il cortocircuito tra Fed e Tesoro

Il decennale è salito sopra il 4,7%, il trentennale USA oltre il 5,3%: livelli record. Washington ha già reagito annunciando un raddoppio dei buyback sui titoli a lunga scadenza, una sorta di quantitative easing fiscale con cui il Tesoro prova a togliere duration dal mercato. Ma il problema resta enorme: debito pubblico oltre i 40.000 miliardi di dollari, deficit vicino ai 2.000 miliardi e quasi 7.800 miliardi da rifinanziare entro fine anno.

La domanda estera di Treasury si indebolisce

Il Tesoro sta già emettendo molto debito a breve termine: questo evita di bloccare tassi troppo alti a lungo, ma costringe gli Stati Uniti a tornare continuamente sul mercato. La domanda estera di Treasury appare meno solida rispetto al passato: gli ultimi dati parlano di vendite nette da parte dei tre maggiori detentori esteri: Giappone, Cina e Regno Unito.

Dollaro e oro: segnali di sfiducia fiscale

L'attenzione si sta spostando dal mercato obbligazionario al dollaro. Rendimenti alti e in salita sono un voto di sfiducia sulla sostenibilità fiscale americana: se il Tesoro prova artificialmente a comprimere i rendimenti, il cambio può diventare la valvola di sfogo. Ed è qui che entra in scena l'oro. Mentre il dollaro si indebolisce, il metallo giallo continua a salire. Il punto adesso non è più solo il livello dei rendimenti bond, ma il motivo per il quale salgono: se incorporano sfiducia fiscale, l'oro torna a essere protezione contro il rischio di svalutazione monetaria.

L'obbligazionario è tornato al centro dei rischi globali. La prossima fase dei mercati potrebbe dipendere meno da quanto saliranno i tassi e più da chi riuscirà ancora a convincere gli investitori che il sistema resta credibile.

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