La Borsa è un macchinario crea valore, per aziende e investitori
Lo rivela l'analisi condotta da Intermonte/Politecnico di Milano su un orizzonte di 15 anni e riguardante 363 società debuttanti a Piazza Affari con capitalizzazione iniziale inferiore al miliardo

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Le aziende che scelgono la Borsa possono aspettarsi un’accelerazione della crescita del proprio business e del valore d’impresa, è questa la conclusione della nona edizione dei "Quaderni di ricerca" firmati da Intermonte e Politecnico di Milano. L’analisi empirica di lungo periodo si estende su un orizzonte di 15 anni e riguarda 363 società debuttanti a Piazza Affari con una capitalizzazione iniziale inferiore al miliardo.
Il campione, al momento dell'IPO, esprimeva 25,2 miliardi di ricavi aggregati e oltre 107.000 addetti: non una nicchia finanziaria, è uno spaccato dell'economia reale italiana.
I numeri della creazione del valore
Il miglior 10% del campione ha prodotto un rendimento cumulato del +173,8% nei cinque anni successivi alla quotazione — già +133,2% a tre anni, +70,2% nel primo anno soltanto.
Il miglior 25% si ferma a +49,7%, ma la soglia basta a stabilire che più di una società su quattro ha generato rendimenti significativi e duraturi per i propri investitori. Il mercato premia con generosità selettiva: il multiplo EV/EBITDA mediano resta stabile attorno a 8 volte, ma il decile superiore veleggia tra 19 e 31 volte.
Un acceleratore industriale
La Borsa non è stata soltanto una macchina di rendimenti finanziari. Per le cosiddette "vincenti", è stata un acceleratore industriale. Le imprese del top 10% hanno più che raddoppiato i ricavi nei cinque anni post-IPO, con una crescita mediana del +195% per singola impresa; l'EBITDA aggregato è salito del +156%, l'utile netto del +176%.
Sul fronte occupazionale, gli addetti sono passati da 4.987 a 8.277, un incremento del 66%. Allargando la lente al top 25% — oltre 90 aziende — i ricavi aggregati sono cresciuti del +102%, mentre EBITDA e utile netto hanno segnato entrambi +203%; i posti di lavoro sono aumentati di oltre 9.800 unità, da 13.951 a 23.845 (+71%).Come ha dichiarato Guglielmo Manetti, amministratore delegato di Intermonte, "questi non sono solo dati finanziari: sono posti di lavoro e valore distribuito nei territori. La quotazione, fatta bene, è un acceleratore di crescita reale."
Decalogo del successo
Cosa distingue le vincenti dalle altre? La ricerca risponde con un "decalogo" ricavato da analisi di regressione statistica su orizzonti di 1, 3 e 5 anni. Management team snelli, non pletorici; clausole di lock-up credibili; flottante calibrato (i best performer si attestano in media al 42,1%); pricing dell'IPO né troppo prudente né speculativo; un piano di acquisizioni post-quotazione credibile e eseguibile; un nucleo proprietario solido e stabile; board con diversity di genere e anagrafica attorno ai 50-52 anni; consiglieri non dispersi su troppi mandati in altri CDA quotati; copertura degli analisti in crescita nel tempo. E poi, "last but not least", come recita il decalogo stesso: mantenere un vantaggio competitivo durevole, perché nessuna architettura di governance salva un progetto industriale fragile.
Giancarlo Giudici, professore del Politecnico di Milano e referente scientifico della ricerca, afferma che "il 'decalogo' è una sintesi empirica di comportamenti che hanno storicamente distinto le quotazioni di maggiore successo, ovviamente accompagnati da un solido piano industriale orientato alla crescita e da capacità manageriali adeguate per renderlo concreto."
Una via poco praticata
Il paradosso di fondo che la ricerca mette in luce è quello di un paese con cinque milioni di imprese e appena 373 società quotate. Il mercato dei capitali italiano è, nelle parole di Manetti, "ancora lontano dal suo pieno potenziale." Le 363 PMI analizzate rappresentano un campione significativo dell'economia produttiva nazionale — il 65% appartiene ai comparti consumer, industriale e tecnologico — ma restano un'eccezione in un tessuto imprenditoriale che ancora guarda alla Borsa con diffidenza o indifferenza. La ricerca nasce anche come risposta a questa diffidenza: i dati, su 15 anni, dicono che quotarsi conviene. A chi lo fa con metodo.
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