Dimissioni del premier Starmer: rischio oppure opportunità per UK?
Keir Starmer si è dimesso dalla carica di Primo Ministro britannico, Burnham il possibile sostituto. Un rischio oppure un'opportunità per il Regno Unito?

Photo by Karl Hendon/Getty Images
Starmer out, Burnham in. Il Regno Unito è stato scosso dall'ennesimo cambio al vertice: Sir Keir Starmer si è dimesso dalla carica di Primo Ministro. Il suo successore sarà con molto probabilmente Andy Burnham, ex sindaco dell’area metropolitana di Manchester e anch'egli laburista, che diventerebbe il settimo premier dalla Brexit del 2016, il cui decimo anniversario cade proprio in questi giorni. L'ambizione di libertà e indipendenza che animava quel movimento si è trasformata invece in una spirale di fragilità politica e cambiamenti di governo, con ricadute tangibili sull'economia e sui mercati del Paese.
La parabola discendente di Starmer ha attraversato diverse tappe, fino a consacrarlo come il primo ministro più impopolare in decenni di storia britannica. Le cause sono molteplici: scandali interni (il legame Mandelson-Epstein), un'economia in difficoltà e una serie di pesanti sconfitte alle elezioni amministrative del maggio 2026. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la vittoria del suo principale sfidante, il carismatico Burnham, detto "il Re del Nord", alle elezioni suppletive nel collegio di Makerfield il 18 giugno scorso. Una scalata che fino a pochi mesi fa sarebbe parsa inverosimile: ancora ad aprile, le sue probabilità di succedere a Starmer erano quasi nulle.
Il congedo forzato dell'ormai ex premier, così come lo scarso successo dei suoi predecessori, ha un fil rouge che li accomuna tutti: promesse eccessive e politiche difficilmente attuabili. Il partito laburista avrebbe dovuto portare una ventata di cambiamento radicale, segnando un netto distacco dall'operato dei cinque premier conservatori precedenti. Questo tentativo è naufragato miseramente, lasciando irrisolti nodi strutturali di cui la nuova leadership dovrà farsi carico: regole fiscali arbitrarie e volatili, nessun intervento sulle aliquote legate alla income tax, nessuna revisione della onerosa formula del "triple lock" sull'indicizzazione delle pensioni e nessuno scostamento dalle "linee rosse sui rapporti con l'Europa" ereditate dai Tory. Il primo passo per un buon avvio di Burnham è proprio un deciso distacco da questo approccio, in favore di scelte più pragmatiche.
Qual è stata la reazione dei mercati?
I bond vigilantes sono sempre un importante banco di prova per un nuovo candidato al governo, e il caso del Regno Unito ne è l'esempio più emblematico: Liz Truss fu costretta a dimettersi dopo poche settimane a seguito di un'impennata impressionante dei rendimenti obbligazionari innescata dal suo controverso mini-budget, episodio che viene ancora oggi citato come monito nei mercati finanziari. Guardando allo spread con il Bund tedesco decennale, l'ipotesi Burnham viene accolta positivamente sia dal mercato obbligazionario sia da quello valutario, con la sterlina in rafforzamento sui massimi da inizio anno rispetto all'euro. Anche in ambito azionario, dopo una partenza incerta, il FTSE 100 ha mostrato una performance positiva dopo l’annuncio delle dimissioni.
Questo iniziale sospiro di sollievo deve tuttavia essere integrato in un contesto più ampio. È necessario, quindi, allargare l'orizzonte e osservare l'entità dell'impatto che l'instabilità politica ha avuto su questa economia. E quale esempio di confronto migliore se non il nostro Paese: l'Italia, fortemente indebitata e protagonista di un elevato numero di avvicendamenti al vertice nella storia moderna. Nel 2022 ha ritrovato la propria stabilità con l'arrivo di Giorgia Meloni e la situazione è radicalmente cambiata. Nel grafico in basso la differenza è immediata: il premio al rischio politico si è ridotto progressivamente per l’Italia, portando il differenziale con il Bund decennale da 250 punti base ai minimi di 60 raggiunti poco prima dello scoppio della guerra, una discesa pressoché costante. Il differenziale britannico con quello tedesco ha invece seguito una traiettoria ben più turbolenta, con diversi picchi e una situazione ancora lontana dai livelli pre-Truss dell'era Boris Johnson. La stabilità politica è dunque proprio ciò a cui deve ambire la nuova leadership britannica.
Inflazione, banche centrali e geopolitica
L'inflazione è stata una delle variabili più rilevanti con cui governi e banche centrali hanno dovuto confrontarsi negli ultimi anni. La fiammata del 2022 e il recente conflitto in Iran hanno colpito i consumatori di tutto il mondo; tuttavia, è possibile osservare una certa divergenza tra il Regno Unito e proprio l’area da cui hanno voluto distaccarsi: l’Eurozona. Entrambe erano riuscite a riportare l'inflazione verso il benchmark del 2% dopo la prima ondata inflazionistica, raggiunto a fine 2024. Tuttavia, se l'Eurozona è riuscita a mantenersi su quel livello fino allo scoppio del conflitto in Medio Oriente, il Regno Unito ha sperimentato diversi mesi ben al di sopra del 2% anche in assenza di perturbazioni geopolitiche sul fronte energetico.
Questo si riflette chiaramente nella diversa traiettoria dei tassi di riferimento. Inizialmente le due banche centrali, BCE e Bank of England, hanno risposto alla crisi inflazionistica del 2022 entrambe con rialzi importanti: la BCE è passata da tassi negativi al 4%, la BoE da tassi prossimi allo zero al picco di 5,25% nell'agosto 2023. Da lì, le strade si sono però divise: la BCE è riuscita a ricondurre i tassi al 2% a dispetto del fatto che ha portato avanti una serie di tagli tra il 2024 e il 2025. Una traiettoria che solo di recente si è invertita con un rialzo di 25 punti base attuato per contenere le nuove pressioni inflazionistiche legate al conflitto in Medio Oriente. La BoE, invece, ha subito maggiormente il vincolo dell’inflazione e quindi ha potuto tagliare più cautamente il costo del denaro, fermandosi al 3,75%, livello mantenuto invariato anche nell'ultima riunione. La maggiore difficoltà a gestire l’inflazione ha anche portato ad avere un board della BoE più diviso rispetto alla BCE, che ha invece un solido track record di voti all’unanimità.
Quali sono le grandi sfide del prossimo PM?
Tra i dossier che potrebbero essere al centro dell’azione del futuro governo figurano la riforma del sistema pensionistico britannico, la sostenibilità della spesa sanitaria e assistenziale, l’eventuale revisione della politica fiscale e un rafforzamento delle relazioni con l’Unione Europea. Oltre al contenuto, è importante il metodo: un processo bilanciato che non illuda i cittadini britannici con promesse irrealistiche.
Sebbene il Regno Unito non sia più vincolato ai parametri fiscali dell’Unione Europea, come il limite del 3% per il rapporto deficit/PIL, la situazione dei conti pubblici resta un tema cruciale. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il debito pubblico lordo britannico ha raggiunto il 102,6% del PIL, mentre il deficit si mantiene da diversi anni intorno al 5% del PIL. Il tutto in un contesto caratterizzato da un quadro geopolitico particolarmente complesso e da una crescita economica che continua a viaggiare poco al di sopra dell’1%. Le sfide per il prossimo inquilino di Downing Street saranno quindi molteplici: rilanciare l’economia, consolidare i conti pubblici e rafforzare il ruolo del Regno Unito in uno scenario internazionale sempre più frammentato.
La capacità del prossimo premier di stabilizzare la situazione economica UK e poi di rilanciarla dipenderà molto dal percorso che lo porterà a Downing Street. Due sono i banchi di prova: una possibile elezione e una sfida interna al partito. Se il futuro premier riuscirà a evitarli, potrà liberarsi di quel vincolo che ha bloccato l’azione delle sue 6 predecessori: promesse in cambio di sostegno politico.
Ancorché il leader di Reform UK, Nigel Farage, le chieda, le elezioni non sono obbligatorie per eleggere un nuovo premier. In un secolo di storia solo 21 su 23 primi ministri del Regno Unito sono stati il frutto di tornate elettorali.
Il secondo ostacolo è quello interno al partito. Al momento, Andy Burnham è l’unico candidato alla successione di Starmer, poiché nessun altro esponente laburista ha ufficializzato la propria candidatura. Se la situazione dovesse rimanere invariata, la strada sarebbe spianata per l’ex sindaco di Manchester; in caso contrario, si procederebbe con una votazione interna al partito. Nel primo scenario, il passaggio di consegne potrebbe avvenire già il 17 luglio e portare a Downing Street un premier con le mani più libere. Nel secondo caso si rischia di ricadere nella stessa situazione che hanno affrontato i suoi predecessori.
Questo è il punto sul quale è concentrata tutta l’attenzione de bond vigilantes.
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