Banche centrali, inflazione e mercati: nel dopoguerra si muovono così
Banche centrali alla sfida dell'inflazione da offerta, Cina in deflazione, Wall Street e borse dell'Asia da record: il quadro macro che emerge alla fine del conflitto in Medio Oriente
Banche centrali al "cambio di passo"
Nelle ultime due settimane circa venti banche centrali si sono riunite, in quello che Donatella Principe, Head of Global Strategy di Intermonte, definisce un vero e proprio crash test per la politica monetaria globale. Il risultato è un cambiamento netto di direzione: Bank of Japan, Federal Reserve e BCE hanno alzato i tassi o annunciato rialzi per la prima volta da tre anni, in un contesto in cui a livello mondiale i rialzi superano ormai i ribassi.
Il problema comune resta l'inflazione, ma di un tipo specifico: quella che arriva dal lato dell'offerta. Secondo Principe siamo di fronte al quarto shock inflattivo in sei anni, dopo il Covid, la guerra in Ucraina, i dazi di Trump e ora il conflitto in Iran. Una sfida complicata, perché gli strumenti di politica monetaria sono pensati per contrastare l'inflazione da domanda, non quella da offerta.
A questo si aggiunge un tema di credibilità, in particolare per la Fed, il cui nuovo presidente deve fare i conti con le pressioni della Casa Bianca sul tema dell'indipendenza. Principe sottolinea però che si tratta di un cambio di passo, non di direzione: nel 68% dei casi le principali banche centrali mondiali operano con un'inflazione sopra target, eppure in passato questo non ha impedito tagli dei tassi. Con un debito globale stimato tra i 350mila e i 400mila miliardi, ogni rialzo va gestito con cautela.
La Cina e il paradosso della deflazione
Il quadro cinese, spiegato da Alicia García Herrero, Chief Economist per l'Asia-Pacifico di Natixis, è speculare. La Cina è l'unica grande economia con un problema di deflazione, solo parzialmente attenuato dal rialzo del prezzo del petrolio, che ha fatto risalire leggermente i prezzi alla produzione.
La Banca centrale cinese dovrebbe tagliare i tassi, ma non può farlo in modo significativo perché i margini di interesse delle banche locali sono ormai troppo ridotti. Il rischio, secondo García Herrero, è di ripetere lo scenario giapponese degli anni Novanta. Le esportazioni cinesi continuano a crescere intorno al 20% annuo, ma è la domanda interna a mancare: i salari aumentano solo dell'1% a fronte di un'economia che cresce al 5%, mentre interi settori, dall'acciaio alle auto elettriche ai pannelli solari, sono in evidente sovraccapacità produttiva, costretti a tagliare i prezzi anche del 30% per restare competitivi.
Inflazione, prezzi e vita quotidiana
Per Donatella Principe l'inflazione è tornata centrale dopo l'illusione, alimentata anche da dichiarazioni come quelle di Powell sul fenomeno "temporaneo", di averla ormai sconfitta. Le ultime stime di Fed e BCE indicano che l'inflazione core non tornerà a target nemmeno tra tre anni.
Alle spinte di breve periodo, legate per esempio ai rincari sui semiconduttori che stanno colpendo anche Apple, si sommano fattori strutturali: le cosiddette "quattro D" dell'inflazione, ovvero demografia, decarbonizzazione, deglobalizzazione e debito, che spingono le banche centrali a una maggiore tolleranza verso i prezzi in salita.
Borse ai massimi, ma con segnali di fragilità
Nonostante il quadro macro complesso, i mercati azionari continuano a correre, soprattutto Wall Street. Principe distingue tra la percezione di "Main Street", più esposta alle notizie negative, e la realtà di "Wall Street": una crescita acquisita per quest'anno intorno al 3%, utili aziendali resilienti e una probabilità dell'87% secondo gli investitori istituzionali di uno scenario di soft landing o addirittura "no landing" nei prossimi dodici mesi.
Il rovescio della medaglia è la forte concentrazione delle performance, trainate quasi esclusivamente dal comparto tecnologico, intelligenza artificiale e semiconduttori, in un clima di FOMO alimentato anche da una componente retail abituata, dopo il Covid, a comprare sui ribassi confidando in nuovi salvataggi. Gli episodi recenti, come il crollo in un solo giorno dell'indice migliore da inizio anno o la perdita di 400 miliardi di capitalizzazione da parte di SpaceX, mostrano quanto questo equilibrio sia fragile.
Il mercato azionario cinese, un caso a parte
In Cina la situazione è ancora diversa: pur con un'economia che cresce al 5%, la borsa non riflette questa performance. Mancano i grandi campioni tecnologici quotati paragonabili ai "Magnifici Sette" americani, complice una concorrenza interna fortissima tra aziende come Alibaba e Tencent e modelli di intelligenza artificiale distribuiti in modalità open weight, quindi a margini quasi nulli. Per leggere davvero la traiettoria cinese, suggerisce García Herrero, conviene guardare ai tassi sui titoli di Stato, scesi sotto i livelli pre-conflitto iraniano: un segnale che indica bassa crescita futura e assenza di reflazione.
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