G7: Soluzione tampone alla crisi energetica
Il G7 rilascia scorte strategiche di petrolio e diesel: una toppa, non la soluzione del problema energetico. E intanto la prospettiva della fine del conflitto nel Golfo si allontana.

Una guerra senza fine
Ci sono le crisi. E poi c’è l’incertezza. Quando le due si incontrano ne nasce una miscela esplosiva. È questo il caso della guerra Usa-Iran. La gravità della crisi è nei numeri, con il blocco dello Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb, e ciò che essi rappresentano per il commercio mondiale, energetico principalmente ma non solo. Ma poi c’è l’incertezza che riguarda un conflitto partito come operazione speciale lampo. Un lampo lampante che dura però da oltre 7 mesi. Una settimana dopo l’attacco all’Iran Trump dichiarò di aver vinto la guerra. Qualche giorno fa il presidente americano ha ammesso che il conflitto non finirà prima delle elezioni di medio termine. È tra queste due affermazioni che si misura il fallimento di questa operazione militare iniziata dall’America e da Israele.
Non si sa più neanche quale sia lo scopo finale americano di questo conflitto: il nucleare iraniano? La caduta del regime di Teheran? La riapertura di Hormuz? Nel frattempo, gli Usa ammassano truppe nel Golfo, spostando nell’area un’altra portaerei; e si preparano a una nuova offensiva dopo le urne a novembre.
E intanto il mondo fa i conti con la crisi energetica
Gli investitori hanno a lungo (incredibilmente) creduto alla favola della capacità di negoziazione Usa di un accordo quando è stato finalmente chiaro che l’America non avrebbe vinto la guerra. La fiducia nella firma del Momorandum of Understanding a giugno aveva portato i mercati a scontare una normalizzazione del greggio entro la fine dell’anno, insieme alla normalizzazione del traffico nello Stretto di Hormuz. Oggi è chiaro a tutti che quel Momorandum andava chiamato del mis-understanding, dato che le controparti che lo hanno firmato non erano d’accordo su nulla. E, infatti, è finito in un nulla di fatto. Anzi, non solo un accordo finale non è stato firmato, i combattimenti non si sono interrotti e il traffico a Hormuz non è ripreso, ma adesso il conflitto si è esteso anche al Mar Rosso. Gli Houthi, proxy di Teheran, hanno preso il controllo della Porta delle Lacrime e con essa dello sbocco verso il Canale di Suez. Il mercato ha riprezzato interamente le proprie aspettative sul conflitto. Il prezzo del petrolio nell’ultimo mese si è attestato stabilmente sopra i 100$ al barile. Ma, soprattutto, colpiscono altri 2 dati: primo, il prezzo implicito nei futures sul Brent per la fine dell’anno si attesta adesso intorno a 100$; secondo, neanche per la fine del prossimo anno ci si attende un ritorno ai valori pre-attacco all’Iran.
L’economia mondiale resiste allo shock energetico
A dispetto di tutto questo, l’economia mondiale sta mostrando una incredibile resilienza. La crescita continua. Anzi, le previsioni di crescita sono state riviste recentemente al rialzo: dalla BCE alla Fed all’OCSE. Sembra di rivedere il film dello scorso anno sulla guerra fredda dei dazi: previsioni apocalittiche di recessione globale rientrate di fronte a un’economia che ha imparato a convivere con tariffe più alte (anche se ampiamente inferiori alle fosche previsioni post-Liberation Day).
Aiutano certamente la diversificazione energetica, così come quella delle fonti di approvvigionamento. Ma aiuta anche il costante ricorso alle riserve strategiche di energia. I paesi del G7 (insieme altri 25 stati), all’indomani dell’inizio del conflitto, hanno concordato il più massiccio rilascio di riserve strategiche di petrolio della storia da quando fu raggiunto l’accordo per la loro costituzione negli anni ‘70: ben 400 milioni di barili di greggio. Si tratta di più del doppio di quanto avvenuto in occasione della crisi Russia-Ucraina. Questa soluzione tampone doveva aiutare a traghettare l’economia mondiale fino alla risoluzione del conflitto, che si auspicava sarebbe arrivata con l’estate. Tuttavia, gli ultimi avvenimenti hanno protratto il conflitto ben oltre il termine atteso e sperato: ciò ha reso necessario un nuovo intervento del G7. Di nuovo non si tratta di una soluzione definitiva ma, per ammissione degli stessi paesi promotori, di una nuova soluzione ponte. Stiamo parlando del rilancio di 100 milioni di barili tra petrolio e diesel.
E qui sta la novità. Se la prima volta si è intervenuti sul petrolio, adesso il punto centrale è il petrolio raffinato. Infatti, il piano prevede sì un rilascio progressivo in 4 mesi sotto la supervisione della’IEA di petrolio e diesel, ma inizialmente il focus sarà sul diesel almeno per i primi 20 giorni. Il perchè di questa scelta sta tutto nella unicità di questa crisi, iniziata quando il settore del greggio era addirittura in eccesso di offerta. Il problema oggi è duplice e nasce dalla difficoltà di trasporto del petrolio grezzo alle raffinerie e dall’ancora peggiore difficoltà di raffinarlo, tra impianti danneggiati sia nel Golfo che nel conflitto Russia-Ucraina. Gli esperti di mercato da tempo per misurare questa crisi energetica non usano più come termometro il petrolio ma bensì il crack spread: differenza tra il petrolio grezzo e quello raffinato. Ne hanno parlato in occasione degli ultimi meeting anche Warsh e la Lagarde. Il prezzo petrolio, sebbene elevato, si attesta comunque su livelli più bassi rispetto alle crisi recenti; anche solo il massimo raggiunto con l’invasione russa in Ucraina. Per il crack spread la situazione è diversa: è in questi giorni che si è registrato il massimo assoluto di sempre, oltre 10$ sopra il massimo relativo del 2022. Se la benzina in America è tornata sopra i 5,3$ al gallone, per il diesel si è toccato il massimo storico di sempre: 6,5$.
L’effetto petrolio sulle elezioni americane
La salita del costo del carburante si è mossa in parallelo con la probabilità dei Democratici di aggiudicarsi anche il Senato oltre alla Camera nelle prossime elezioni di medio termine. L’allarme dei candidati Repubblicani, specie di stati agricoli come l’Iowa, non si è fatto attendere. Lo slogan è diventato “Make American Energy for America First”. Il popola MAGA ha chiesto a gran voce a Trump il blocco alle esportazioni di diesel e il presidente Usa ha più volte minacciato di muoversi in quella direzione. Una mossa suicida, come ha cercato di spiegare lo stesso Segretario all’Energia, supportato dalle società di raffinazione. Gli impianti di raffinazione in America sono quasi tutti concentrati nell’area del Golfo del Messico: le infrastrutture interne non sono in grado di trasportare e distribuire l’extra produzione che non verrebbe più esportata. Ma il blocco delle esportazioni farebbe ulteriormente salire il prezzo del diesel, andando a danneggiare l’intera economia americana, a partite dagli stati che vivono di importazioni di questa materia prima. Un vero e proprio effetto-boomerang.
Di qui la decisione di rilascio delle riserve strategiche: l'Europa cede alle pressioni di Trump, che adesso può rivendersi l’accordo a fini elettorali. Ma in cambio l’Europa ottiene che i paesi del G7 (tra i quali l’America di Trump) si impegnino a non bloccare le esportazioni di energia.
Al di là della politica, questo cambia qualcosa? In paesi del G7 hanno un consumo giornaliero di circa 32 milioni di barili di petrolio e di 8,4 di diesel. Il rilascio di 100 milioni di barili equivale a 3,1 giorni di domanda di petrolio o in alternativa 12 di diesel. Un po’ come pensare di curare il cancro con l’aspirina.



