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L'energia nucleare vive una rinascita globale a 40 anni da Chernobyl
Oltre 400 reattori nucleari sono operativi in 31 paesi, mentre altri 70 circa sono in costruzione

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Il disastro di Chernobyl nel 1986 alimentò i timori globali sull’energia nucleare, rallentandone lo sviluppo in Europa e nel mondo. Quasi quarant’anni dopo, però, il settore mostra segnali di ripresa, accelerati anche dalle tensioni geopolitiche, inclusa la guerra in Medio Oriente.
Stati Uniti leader mondiale
Oggi oltre 400 reattori sono operativi in 31 Paesi e circa 70 sono in costruzione.
Il nucleare copre circa il 10% della produzione mondiale di elettricità, pari a un quarto dell’energia a basse emissioni. Nel tempo, la tecnologia ha registrato progressi significativi in termini di sicurezza ed efficienza dei costi.
Nonostante incidenti come Chernobyl e Fukushima nel 2011 abbiano frenato l’interesse, una ripresa era attesa. Secondo Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, il ritorno del nucleare è ormai inevitabile: “Vedremo una forte crescita in Americhe, Europa e Asia”.
Gli Stati Uniti restano il principale produttore mondiale, con 94 reattori e circa il 30% della produzione globale. Washington punta a quadruplicare la capacità entro il 2050. Anche la Cina accelera: gestisce 61 reattori ed è leader nella costruzione di nuove unità, con l’obiettivo di superare gli Usa.
In Europa, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha definito un “errore strategico” la riduzione del nucleare, aprendo a nuove iniziative. La Russia, intanto, rafforza il proprio ruolo esportando tecnologia e costruendo reattori all’estero.
Anche il Giappone ha invertito la rotta, riavviando 15 reattori dopo Fukushima, mentre altri sono in attesa di autorizzazione.
In Africa, il Sudafrica resta l’unico Paese con una centrale attiva, ma nuovi progetti sono in corso, incluso un impianto in Egitto con il supporto russo.
Secondo Rafael Grossi, direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, la spinta attuale nasce dalla crescente necessità di energia affidabile e a basse emissioni per sostenere la domanda globale.
Unione Europea fanalino di coda
L’Unione europea, dopo aver cercato di ridurre la dipendenza energetica dalla Russia, ha rivalutato il nucleare come componente delle energie pulite. Se nel 1990 rappresentava circa un terzo dell’elettricità europea, oggi è sceso al 15%.
Bruxelles guarda ora ai piccoli reattori modulari (SMR), attesi nei primi anni 2030, considerati più flessibili ed economici. Tuttavia, il quadro resta frammentato: Francia, Svezia e Finlandia puntano sul nucleare, mentre Germania, Austria e Italia lo hanno abbandonato. Il Belgio ha recentemente esteso la vita dei propri reattori, mentre la Spagna prevede di dismetterli entro il 2035.
La Francia resta una potenza nucleare: con 57 reattori attivi in 19 centrali, copre circa il 70% del proprio fabbisogno elettrico grazie all’atomo. I governi che si sono succeduti hanno sempre sostenuto questa scelta come pilastro dell’indipendenza energetica, senza arretrare neppure dopo Chernobyl. Nel 2022 il presidente Emmanuel Macron ha rilanciato, annunciando la costruzione di sei nuovi reattori ad acqua pressurizzata per ridurre le emissioni e rafforzare la transizione a basse emissioni di carbonio.
La pandemia e la crisi del gas legata alla guerra in Ucraina hanno evidenziato, secondo l’analista Nicolas Goldberg, i limiti delle rinnovabili e la dipendenza europea dal gas. Parigi ha quindi consolidato la strategia di prolungare la vita operativa degli impianti esistenti.
La Germania è uscita dal nucleare a un prezzo salatissimo
Di segno opposto la Germania, che nel 2023 ha spento gli ultimi tre reattori, completando un percorso di uscita dal nucleare durato due decenni e sostenuto da forti proteste ambientaliste. Un ritorno appare improbabile, nonostante aperture del centro-destra verso futuri piccoli reattori modulari. Il cancelliere Friedrich Merz ha definito la decisione “irreversibile”, citando lo stato avanzato dello smantellamento.
Intanto la Russia espande in modo aggressivo il proprio settore nucleare. Con 34 reattori operativi, inclusi otto RBMK modernizzati dopo Chernobyl, Mosca investe sia sul fronte interno sia sull’export. Sono in costruzione nuovi impianti a Kursk, Leningrado e Smolensk, oltre a progetti nell’Estremo Oriente e centrali galleggianti. All’estero, la Russia sta realizzando 20 reattori tra Europa, Africa, Asia e Medio Oriente, con ulteriori accordi in fase di sviluppo.
Tra i progetti simbolo, la centrale costruita in Bielorussia, paese ancora segnato dalle conseguenze di Chernobyl. Critiche arrivano da attivisti locali, secondo cui le autorità sfruttano la “rinascita nucleare” globale per giustificare nuove scelte senza affrontare l’eredità ambientale del passato.
Come investire sul nucleare
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