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Pharma. Maxi aggregazione in vista Astrazeneca - Bristol-Myers Squibb

L'operazione unirebbe due leader dell'oncologia, rafforzando il portafoglio del gruppo combinato nel cancro e nelle immunoterapie. Astrazeneca perde il 5% alla borsa di Londra: analisti poco convinti

Autore: Marino Masotti
Farmacista al lavoro che organizza medicinali nel magazzino della farmacia, rappresentazione del settore sanitario.

Photo by Catherine Delahaye/Getty Images

Due colossi della farmaceutica si cercano

Secondo il Financial Times, AstraZeneca e Bristol Myers Squibb avrebbero discusso negli ultimi mesi di una possibile fusione che darebbe vita a un gruppo dalle dimensioni colossali. Circa 400 miliardi di dollari di capitalizzazione (AstraZeneca 263 miliardi di dollari, Bristol Myers Squibb 133 miliardi di dollari), fatturato annuo di oltre 100 miliardi di dollari (consensus 2026: AstraZeneca 49 miliardi di dollari, Bristol Myers Squibb 63 miliardi di dollari).

Le trattative sarebbero ancora preliminari e non vi è alcuna certezza che portino a un accordo.
L'operazione unirebbe due leader globali dell'oncologia, rafforzando il portafoglio del gruppo combinato nel cancro e nelle immunoterapie. Per Bristol Myers Squibb, l'accordo rappresenterebbe anche una risposta alle prossime scadenze delle licenze di due farmaci importanti come Eliquis e Opdivo. AstraZeneca aumenterebbe ulteriormente la propria esposizione al mercato statunitense.
Restano significativi rischi antitrust, soprattutto per le sovrapposizioni in alcune aree terapeutiche, che potrebbero richiedere cessioni di asset per ottenere l'approvazione delle autorità regolatorie.
La notizia è particolarmente significativa poiché arriva dodici anni dopo il rifiuto da parte di AstraZeneca dell'offerta da 118 miliardi di dollari lanciata da Pfizer. 

Il mega deal non convince gli analisti 

Alla borsa di Londra Astrazeneca è in ribasso del 6%.
Il deal rappresenterebbe "ben più di un grattacapo" secondo Jefferies: la maggior parte degli investitori si concentrerà sul potenziale di creare un polo oncologico ancora più grande, "con un portafoglio che
probabilmente risulterebbe il più ampio del settore". Tuttavia, al di là degli (importanti) ostacoli Antitrust, "i farmaci in fase di sviluppo potrebbero essere reperiti altrove, come ha fatto AstraZeneca, in particolare in Cina".

Inoltre, il portafoglio cardiovascolare di Bristol "sarà probabilmente considerato un'aggiunta a quello di AstraZeneca, sebbene non sia chiaro il motivo per cui si sta puntando su questo settore". Una possibile spiegazione potrebbe essere "la volontà strategica di avvicinarsi al mercato statunitense" dopo il dual testing di AstraZeneca e che, con il merger, si avrebbe "più liquidità da investire in ricerca e sviluppo, come quando AstraZeneca ha acquisito Alexion", ma "utilizzare un capitale azionario che rappresenterebbe
un premio considerevole per acquisire un'azienda con un basso rapporto prezzo/utili ci sembra una scelta drastica
".

I multipli di Bristol (circa 11 volte il rapporto price earning al 2027) sono infatti inferiori a quelli di
AstraZeneca (circa 15 volte)" dato che dovrà affrontare molteplici scadenze brevettuali chiave su prodotti fondamentali come Eliquis e Opdivo".

Ubs aggiunge che, considerate le storiche difficoltà incontrate da AstraZeneca nel settore farmaceutico a causa delle mega-fusioni che hanno portato alla stagnazione della produttività in R&S - e data l'apparente ampiezza e profondità della pipeline interna - le indiscrezioni del quotidiano della City di Londra sono una "sorpresa". Gli analisti precisano che possono" chiaramente individuare affinità significative tra categorie terapeutiche che potrebbero generare notevoli risparmi sui costi generali e amministrativi in ​​un
potenziale scenario di fusione".

Tuttavia, notano anche che "il periodo più critico per AstraZeneca, caratterizzato da una maggiore pressione sugli utili dovuto alla scadenza dei brevetti, va dal 2031 al 2033 (Imfinzi, Tagrisso, Calquenza)". Pertanto, "è probabile che il mercato si concentrerà sulla possibilità che una potenziale fusione, protettiva intorno al 2030, possa compensare questo calo di redditività". Resta il dubbio che il dossier allo studio possa "riferirsi a una partnership più mirata tra le due società su un singolo prodotto o franchising".

Implicazioni per il pharma italiano


La crescente necessità di massa critica per sostenere investimenti in R&S, rafforzare le pipeline e gestire i rischi legati ai patent cliff continua a favorire operazioni di consolidamento del settore. In particolarmente questo contesto, il tema è rilevante anche per alcune società italiane, come Recordati, attualmente oggetto di OPA.

 

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