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Twin Win sul petrolio: se il WTI si muove, performa

Per investire sul petrolio con protezione del capitale ecco il Twin Win su WTI ISIN XS2959034062. A scadenza performance lineare in valore assoluto fino a +/-25% dallo strike. Poi rebate 11,5%

Autore: Team Soluzioni di Investimento
Un paesaggio urbano segnato da torri di perforazione e impianti di raffinazione.

Il rallentamento della corsa dell’economia cinese, al quale l’Opec+ ha dovuto rispondere con un doloroso taglio alla produzione, ha piano piano spento la volatilità del petrolio nel corso degli ultimi mesi. Le aspettative sull’andamento della domanda e dell’offerta si sono abbastanza bilanciate e poco o nulla hanno pesato i fattori cosiddetti geostrategici. Il cambio di regime, almeno per quel che riguarda i prezzi, potrebbe favorire oggi un investimento sul petrolio con un’ottica meno da trader e più simile a quella del cassettista, che compra e non sta poi ad affannarsi troppo sulle quotazioni giorno dopo giorno.

Proprio in questa direzione lavora il nuovo nato in casa BNP Paribas. Ci riferiamo al certificato ISIN XS2959034062 che rappresenta un unicum nel suo genere, in quanto struttura Twin Win a capitale protetto 100% sul WTI (Future). Un prodotto con cui l’investitore può stare relativamente tranquillo, non solo perché oggi il petrolio sembra esser diventato un asset mansueto, ma anche perché ottiene una garanzia totale del capitale da parte dell’emittente Bnp Paribas. Molto semplice la struttura: a scadenza (3 anni) le possibilità di guadagno sono sia se il petrolio cresce che se decresce di valore. L’importante sarà proprio che questo si muova rispetto allo strike. Infatti, in caso di rialzo e fino al +25% (escluso) del sottostante il certificate replica la sua performance. Dal +25% in su, invece, paga un rebate del’11,5%. Peculiarità di questa struttura è che a fronte di una protezione totale, il certificato performa anche in caso di un calo o crollo del petrolio. Infatti, in caso di calo del 25% (escluso), si incassa la performance in valore assoluto. Per un calo uguale o maggiore al 25% (ad esempio -50%), la performance fissa è del 11,5%. Not bad!

Un petrolio più mansueto che non risente dei rischi geostrategici

Il grafico dei prezzi del petrolio dell’ultimo anno è un mare calmo, il WTI ha oscillato in una fascia di circa venti dollari, tra 65 e 85 dollari, quindi, se si prende il valore all’incirca mediano, ne risulta che negli ultimi dodici mesi le oscillazioni all’insù e all’ingiù non hanno superato il 15%.

Grafico petrolio WTI

La calma piatta sui prezzi coincide per altro con uno scenario geostrategico per nulla tranquillo: in Ucraina il fronte è fermo da mesi ma la guerra continua. In Medio Oriente, negli ultimi mesi, Israele ha quasi raso al suolo Gaza, ha attaccato gli Hezbollah in Libano e ha guerreggiato a colpi di missili con l’Iran. Il petrolio ha quasi del tutto ignorato anche il tema dei temi di questo inizio d’anno, l’arrivo di uno scatenato Donald Trump sulla scena.

Se i prezzi hanno sonnecchiato per mesi, mentre i conflitti infuriano nelle aree strategiche per le forniture e gli Stati Uniti operano un’inversione copernicana nel loro approccio alle questioni diplomatiche e strategiche, è probabilmente perché il greggio è sempre meno un bene chiave per i destini delle nazioni. La ricchezza si misura sempre meno in termini di riserve minerarie e sempre di più in termini di capacità tecnologiche e di calcolo informatico.

Il controllo dei flussi, dei giacimenti e delle infrastrutture petrolifere resta importante ma non è più un elemento chiave del risiko mondiale (soprattutto da quando gli USA sono diventati esportatori netti).

Questo cambio di scenario toglie di mezzo chi ha sempre guardato alle materie prime, soprattutto al petrolio, come un’area di investimento ad alto livello di volatilità sulla quale puntare in vista delle ripartenze, o delle frenate, del ciclo economico del pianeta, così come dell’andamento delle due capricciose variabili di riferimento: da una parte l’offerta, presidiata da più di mezzo secolo dal cartello dei paesi dell’OPEC (da qualche tempo Opec+), dall’altra la domanda, influenzata in passato dall’arrivo sul palcoscenico principale della storia di nuove potenze economiche (India e Cina). In più, nell’ultima decade, c’è anche stato il tentativo di alcuni paesi consumatori, soprattutto quelli europei, di ridurre la dipendenza energetica dai combustibili di origine fossile con tutto quello che si definisce green economy.

Le attese del mercato

Oggi le curve forward, gli strumenti anticipatori dei trend del domani, danno come probabile un consolidamento o una discesa dei prezzi.

In linea con queste indicazioni di mercato, una parte consistente degli analisti stima per quest’anno un prezzo del Brent intorno a 75 dollari il barile, leggermente sotto i livelli di questi giorni, con una discesa a 70 dollari nel 2026 e una conferma di questi prezzi negli anni successivi. Si arriva a questa conclusione incorporando un progressivo aumento della produzione dell’Opec+ nel corso del 2025 ed una concomitante crescita delle trivellazioni negli Stati Uniti. Per quanto riguarda la possibilità sempre più probabile che gli Stati Uniti, a causa del nuovo corso dei rapporti Washington-Mosca, rimuovano le sanzioni sulle esportazioni della Russia, l’eventuale ritorno in mare delle petroliere ombra oggi bloccate nei porti, dovrebbero avere un effetto limitato sull’offerta: la rimozione dell’embargo è un tema che riguarda molto di più il gas.

È di certo da seguire nei prossimi mesi, l’eventuale ripartenza dei consumi della Cina, mentre si possono considerare meno rilevanti i temi cosiddetti geostrategici. Trascurabili, infine, le notizie sui combustibili non fossili, oggi sono completamente fuori moda.

Il certificato Twin Win a capitale protetto sul petrolio WTI

Questo contesto spiana la via ad una classe di investimenti più aggiornata al contesto attuale, per il momento meno volatile che in passato.

Ci riferiamo al certificato ISIN XS2959034062 emesso da BNP Paribas, avente come sottostante il prezzo del greggio di riferimento del Texas: il WTI (ticker Bloomberg: CL1 Cmdty; ovvero il future first generic). Questo certificate, espresso in dollari e della durata di soli tre anni, garantisce una protezione al 100% sul capitale investito e, alla scadenza, viene rimborsato con l’aggiunta del rialzo lineare del sottostante fino a un massimo del 25% (escluso). Per fare un esempio, se il WTI dovesse chiudere con una performance del +15%, il certificato rimborserebbe 115 usd. Se il WTI dovesse essere salito di più, si incassa l’11,5%. Quindi se il petrolio dovesse realizzare a scadenza una perfomance del 25% o maggiore, il certificato rimborserebbe 111,5 usd.

La cosa molto interessante però è che questo meccanismo si applica anche in caso del ribasso del petrolio. Infatti, nel caso di ribasso del WTI, fino a -25% dallo strike, si prende la performance in valore assoluto, ovvero, nel caso fosse -10%, il certificate paga 110 usd. Così fino al -25%, escluso. Oltre il -25%, si torna all’11,5%. Ancora una volta, se dallo strike il WTI dovesse cedere del 25% o di più in caso del tracollo del petrolio, il certificato rimborserebbe 111,5 usd.


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