Energy - ANIE spinge per un rafforzamento del “Made in EU”

ANIE rappresenta oltre 1.100 aziende high-tech attive nella filiera elettrotecnica ed elettronica

Autore: Redazione
Motivo fluido verde e giallo

Photo by Eugene Mymrin/Getty Images

Fatto

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Il 26 maggio 2026 la Federazione ANIE è stata audita presso le Commissioni IV e IX del Senato nell’ambito dell’esame dell’Industrial Accelerator Act (IAA), inserito nel più ampio contesto della politica industriale europea delineata dal Net Zero Industry Act (NZIA).

ANIE, che rappresenta oltre 1.100 aziende high-tech attive nella filiera elettrotecnica ed elettronica (480.000 addetti, circa 110 miliardi di euro di ricavi a fine 2024), ha espresso una valutazione complessivamente positiva dell’IAA come strumento per rafforzare la capacità produttiva domestica nelle tecnologie strategiche per la transizione energetica e ridurre le dipendenze esterne.

Tuttavia, sono emerse alcune criticità:

• Criterio di origine europea: l’equiparazione tra produzione UE e quella proveniente da Paesi extra-UE con accordi di libero scambio rischia di indebolire l’autonomia strategica.
• Evidenza empirica (aste FV 2025): i criteri di resilienza introdotti non hanno favorito produttori europei, ma hanno spostato la domanda verso operatori extra-UE.
• Necessità di politiche più mirate: ANIE propone una gestione più selettiva dei volumi e un rafforzamento delle filiere industriali europee per centrare i target:
o 20% del Prodotto Interno Lordo UE da manifattura entro il 2035 (IAA)
o 40% del fabbisogno tecnologico coperto internamente entro il 2030 (NZIA)

Infine, ANIE ha sottolineato l’importanza di:

• sostenere anche la base produttiva esistente in Europa (inclusi impianti di gruppi extra-UE),
• affiancare alle misure regolatorie strumenti economici su domanda e offerta,
• garantire un quadro normativo stabile e armonizzato tra Stati membri.

Effetto

La posizione di ANIE conferma un tema chiave per il settore energy europeo: la crescente attenzione alla sicurezza delle supply chain e alla localizzazione industriale nelle tecnologie della transizione (rinnovabili, elettrificazione, automazione). Dal punto di vista equity, emergono alcuni spunti:

1) Maggior protezione della filiera europea = potenziale upside per player domestici. Un eventuale irrigidimento dei criteri di “Made in European Union” potrebbe favorire fornitori europei di componentistica elettrica, automazione e infrastrutture energetiche, aumentando visibilità su volumi e pricing power. Tuttavia, la definizione dei criteri sarà cruciale per evitare distorsioni o carenze di offerta.

2) Rischio di implementazione (execution risk). L’esperienza delle aste fotovoltaiche 2025 evidenzia che strumenti regolatori non calibrati possono avere effetti opposti a quelli desiderati. Questo suggerisce che nel breve termine l’impatto per gli operatori potrebbe rimanere limitato o incerto, soprattutto nei segmenti più esposti alla concorrenza asiatica.

3) Supporto a domanda e offerta come fattore chiave. L’enfasi su incentivi economici evidenzia che la sola regolazione non è sufficiente: servono sussidi, meccanismi di domanda (esempio aste, Contract for Difference) e finanziamenti per sostenere la competitività. Questo è positivo per l’intera catena del valore energy, in quanto implica potenziale acceleration degli investimenti.

4) Inclusività della base industriale europea. L’apertura a impianti localizzati in Europa ma controllati da gruppi extra-Unione Europea è rilevante: riduce il rischio di un approccio eccessivamente protezionistico e supporta una transizione più graduale, limitando shock sulle supply chain.

Conclusione: la direzione di policy appare costruttiva per il settore, con un bias positivo nel medio-lungo termine grazie al rafforzamento della capacità produttiva europea. Tuttavia, nel breve rimangono incertezze sull’effettiva implementazione e sull’efficacia degli strumenti, che continueranno a determinare la reale redistribuzione del valore lungo la filiera energy.

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