L’ambizione di Type One e l’energia stellare che può cambiare il mondo
La startup statunitense punta ad avviare la prima centrale a fusione commerciale del mondo, potenzialmente entro il 2034. La diffusione su larga scala di questa tecnologia aprirebbe nuovi orizzonti

Photo by koto_feja/Getty Images
Stazione Futuro – L’unione fa la forza
Due atomi che si uniscono sono “meglio” di un atomo che si scinde in due. Ma dividere è più semplice che unire. È la dinamica che racchiude la differenza tra la fusione e la fissione nucleare, con quest’ultima che rappresenta la tecnologia diffusa a livello commerciale e la prima che è ancora studiata a livello sperimentale. Questo perché la quantità di energia utilizzata per innescare la fusione, in rapporto all’energia prodotta, è tale da non renderla economicamente vantaggiosa (ad oggi).
Tuttavia, Type One Energy vuole cambiare questo scenario e portare l’energia delle stelle nelle reti elettriche della Terra, potenzialmente entro il 2034, come dichiarato dal Ceo, Christofer Mowry, a TechCrunch.
La startup statunitense, per raggiungere l’ambizioso obiettivo di avviare la prima centrale a fusione commerciale del mondo, questo mese ha raccolto 200 milioni di dollari da diversi investitori, tra cui il braccio di venture capital della tedesca Siemens Energy. Con questo round di finanziamento, il totale dei fondi messi insieme ad oggi ha superato la soglia dei 400 milioni.
Ma in concreto cosa può portare l’energia da fusione nucleare?
No gas serra, gestione scorie, arresto
Come spiegato dal DOE – il dipartimento Usa dell’energia – rappresenta una potenziale fonte di energia sostenibile che direttamente “non produce né gas serra” e, a differenza della fissione, nemmeno “scorie radioattive a lunga vita”.
Il sito di Iter – progetto di ricerca internazionale basato in Francia – spiega che il ‘combustibile’ consumato nella reazione di fusione viene trasformato in elio, un gas inerte, dando “origine a scorie classificate come a bassissima, bassa o media attività”. Tutti i materiali di scarto sono quindi “trattati, imballati e stoccati” secondo elevati standard di sicurezza.
Poi, “entro 100 anni la radioattività dei materiali diminuisce in misura tale da consentirne il riciclaggio (ad esempio in altri impianti a fusione)”. È una prospettiva legata ai materiali e alle caratteristiche specifiche del progetto Iter: non significa che tutti i rifiuti di qualsiasi futura centrale a fusione saranno automaticamente riciclabili dopo un secolo. E per le future centrali – che utilizzeranno questo approccio – tale periodo “potrebbe essere ridotto” grazie al continuo progresso scientifico.
Le scorie della fissione presentano invece problematiche differenti: richiedono una gestione su scale temporali molto più lunghe, da secoli a migliaia di anni e, in alcuni casi, persino oltre.
Tra l’altro, a differenza della divisione degli atomi, la fusione non può innescare una reazione a catena: se vengono meno le condizioni necessarie, il processo si arresta. Questo riduce il rischio di potenziali incidenti, ma non elimina tutti i possibili rischi legati al funzionamento di un impianto industriale.
Produttività, impronta territoriale e continuità
Il DOE fa un esempio chiaro del potere dell’unione degli atomi: “Un pick-up carico di combustibile per la fusione possiede un’energia equivalente a 2 milioni di tonnellate metriche di carbone, ovvero 10 milioni di barili di petrolio”. Sarebbe dunque un’alternativa nettamente migliore rispetto alle fonti fossili, una volta superate le sfide ingegneristiche ed economiche.
In generale, secondo il report ‘The State of Energy Innovation 2026’ dell’Agenzia internazionale dell’energia, “per unità di massa, una reazione di fusione deuterio-trizio può fornire da tre a quattro volte più energia rispetto alla fissione dell’uranio”.
Dunque, le future centrali a fusione potrebbero produrre grandi quantità di energia occupando un'area relativamente contenuta, grazie all'elevata densità energetica. Se la teoria sarà confermata dalla pratica a livello commerciale, è plausibile stimare un'impronta territoriale ridotta rispetto a fonti come il solare a terra e l'eolico. La fusione potrebbe inoltre fornire elettricità continua e programmabile, indipendentemente dal meteo e dall'alternanza giorno-notte.
Scenari futuri, tra opportunità e sfide
L’unione degli atomi potrebbe cambiare profondamente il sistema energetico mondiale, soprattutto per i Paesi che importano combustibili fossili e dispongono di poche risorse energetiche proprie.
In sinergia o in alternativa alle altre fonti energetiche sostenibili, può consentire alle nazioni di produrre energia sul proprio territorio, con benefici in temini di decarbonizzazione e indipendenza, riducendo pertanto l'esposizione alle crisi internazionali.
La diffusione commerciale su larga scala è tuttavia una sfida complessa e apertissima. E qualora si riuscisse a vincere una tale sfida, i vantaggi potrebbero concentrarsi inizialmente negli Stati dotati di ingenti capitali, con infrastrutture e competenze scientifiche avanzate. Ma il progresso non è mai lineare e restare con le mani in mano non è una soluzione.
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