Speciale Iran e Mercati: flop dell'ultimatum di Trump
Gli operatori intravedono sempre più la debolezza della posizione negoziale statunitense, testimoniata proprio dalla differente reazione dei mercati

Photo by Anton Petrus/Getty Images
Le tensioni in Medio Oriente non accennano a diminuire, nonostante l’estensione dell’ultimatum statunitense di altri dieci giorni. Treccani definisce ultimatum come «ingiunzione, intimazione definitiva e perentoria che comporta, se disattesa, una punizione o una rappresaglia»: in questo senso, quello statunitense sembra tutto fuorché un ultimatum, trattandosi semmai del secondo fallimento della tattica negoziale USA in meno di una settimana. Chiaro, sempre che gli Stati Uniti credessero davvero a questa possibilità, vista l’ovvia impresentabilità delle quindici condizioni del piano offerto all’Iran.
Mercati energetici e petrolio
Vale la pena insistere su questo ulteriore slittamento di scadenze per leggere il forte rialzo del prezzo del petrolio (il Brent attualmente oscilla tra i 110 e 111 dollari al barile) dopo il flash crash che ieri sera ha accompagnato la notizia. Gli operatori, infatti, intravedono sempre più la debolezza della posizione negoziale statunitense, testimoniata proprio dalla differente reazione dei mercati e delle materie prime energetiche all’annuncio di ieri sera rispetto a quello della stessa natura dello scorso sabato. I listini, oggi, non hanno evidenziato entusiasmo; semmai, avversione al rischio.
Obiettivi e pressioni degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti si trovano schiacciati tra l’esigenza di interrompere le ostilità per scongiurare le gravi conseguenze di uno shock energetico e la necessità di riaffermare una superiorità egemonica militare che non induca le potenze avversarie (Cina in testa) a future iniziative sgradite. Obiettivi che al momento non sembrano conciliabili, e che portano gli operatori ad attendere una ulteriore escalation con un intervento di terra nei prossimi giorni, le cosiddette “Boots on the ground”, come dicono gli americani.
Possibili scenari militari
Le più recenti indiscrezioni riportano l’ipotesi del Pentagono di mandare ulteriori 10.000 unità, oltre alle 5.000 già citate nei giorni scorsi, probabilmente a supporto di un’operazione che potrebbe avere come obiettivo:
- Isola di Kharg, hub da cui proviene il 90% delle esportazioni iraniane di petrolio.
- Isola di Larak, atollo strategico con bunker iraniani, mezzi offensivi in grado di danneggiare petroliere e radar che monitorano lo Stretto di Hormuz.
- Isola di Abu Musa e altre due piccole isole contese con gli Emirati, ma controllate dall’Iran, in prossimità del corridoio occidentale dello Stretto.
Qualunque sia l’obiettivo, la scelta potrebbe rivelarsi politicamente molto costosa per il Presidente Trump, sia in termini di vite umane sia di danneggiamento delle infrastrutture energetiche dell’area, con una ritorsione iraniana probabile nel caso di un’invasione.
Impatto sui mercati
La preoccupazione per scenari estremi ha guidato il rialzo dei tassi di oggi, con il decennale italiano tornato abbondantemente sopra la soglia del 4% (4,07% nel pomeriggio), in virtù anche di uno spread allargatosi a circa 97 punti base rispetto al bund tedesco (3,10%). Il trentennale USA è sui massimi da settembre, alle porte della soglia chiave del 5% (4,95%).
In questo contesto di rapido repricing delle aspettative sugli interventi dei banchieri centrali, soprattutto europei, ritornano interessanti le scadenze brevi: un BTP a due anni al 2,99%, a parità di altre condizioni, risulterebbe svantaggiato rispetto a strumenti monetari puri solo nell’eventualità di oltre quattro rialzi da parte della BCE, che porterebbero il tasso sui depositi all’attuale 2,00% a oltre il 3,00%.
La riapertura dello Stretto rimane prioritaria: oggi le autorità iraniane hanno negato l’accesso allo Stretto a tre navi di differenti nazionalità che hanno tentato di attraversare l’area, segnando un ulteriore peggioramento del transito, ormai praticamente azzerato.
Nell’attesa di un’evoluzione, questa mattina è stata resa nota la visita a sorpresa in Arabia Saudita del presidente ucraino Zelenskiy, probabilmente in cerca di sostegno economico in patria in cambio dell’expertise militare anti-drone sviluppata nei quattro anni di conflitto con la Russia. La visita non è casuale: l’Ucraina disporrebbe di fondi sufficienti a coprire solo circa due mesi di spese, dopo il veto ungherese a un prestito da 90 miliardi di euro finanziato dall’Unione Europea, e i dubbi del Fondo Monetario Internazionale sulla possibilità di continuare a finanziare il paese senza riforme. In mattinata sarebbe stato firmato un accordo tra i Ministeri della Difesa ucraino e saudita.
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