Debito: la sfida del secolo

Politica, economia e mercati alla prova di un nuovo equilibrio. 

Autore: Donatella Principe, Macro Research Team
FLASH MERCATI - PRINCIPE (Presentazione) (1)

Debito: un nuovo record storico

Il debito mondiale ha superato i 365 mila miliardi di dollari nel primo semestre 2026, contro 347,4 mila miliardi un anno prima: 110,5 mila miliardi ai governi, 105,1 alle imprese non finanziarie, 84,3 al settore finanziario e 65,7 alle famiglie. L’aumento è stato di oltre 10 mila miliardi nei soli primi 6 mesi dell’anno. Un incremento che però è meno della metà dei 21 mila miliardi registrati nello stesso periodo del 2025, frenato da tassi e costi di servizio del debito più elevati.

I mercati emergenti hanno generato gran parte dell’aumento: il debito è salito di 6,5 mila miliardi, oltre 110 mila miliardi, trainato dalla Cina. Negli emergenti esclusa la Cina, il debito è cresciuto di 1,7 mila miliardi nel semestre, a 38 mila miliardi.

A livello settoriale globale famiglie e istituzioni finanziarie hanno rallentato la creazione di nuova leva finanziaria, mentre governi e imprese non finanziarie hanno fatto registrare nuovi massimi di indebitamento.

L’illusione della stabilità

Il rapporto debito/PIL globale resta intorno al 310%, circa 25 punti sotto il picco di inizio 2021. Ma è una stabilità in parte illusoria: l’inflazione ha sostenuto il PIL nominale e ridotto il peso reale delle passività, senza un autentico deleveraging.

Con il rifinanziamento a tassi più alti, il conto aumenta: nel G7 il costo medio del debito è ai massimi dal 2008 e la spesa annua per interessi è salita di quasi l’85%.

Nell’ultimo anno le economie avanzate hanno pagato oltre 3,3 mila miliardi di dollari di interessi sui titoli pubblici internazionali: più della spesa globale stimata per AI (2,6 mila miliardi), difesa (3,1 mila miliardi), o energia pulita (2,3 mila miliardi). Molti governi, per gestire la pressione crescente sui rendimenti ed evitare di vincolarsi a elevati tassi per un lungo periodo, ricorrono quindi a scadenze brevi, meno costose oggi ma più esposte ai rinnovi e alla volatilità dei tassi.

Usa: Treasury vs corporate AI

Negli Stati Uniti il debito delle imprese non finanziarie ha raggiunto 24 mila miliardi di dollari, spinto anche dalle emissioni legate all’AI.

Finora non si vede un rilevante effetto di spiazzamento sui Treasury: la quota corporate nelle emissioni globali è stabile e la domanda estera di attività USA resta robusta. In prospettiva, però, più debito societario a lunga scadenza potrebbe premere sui rendimenti governativi. Lo stesso presidente della Fed ha fatto riferimento al rischio competizione per il Treasury dalle emissioni legate all’AI.

Tuttavia, la crescita del debito governativo Usa, che ha superato questa estate i 40 mila miliardi di dollari, lascia aperto il tema del debasamento monetario, mettendo sempre più in discussione il ruolo del Treasury come asset sicuro.

Il superciclo “HEAD”

La traiettoria del debito resta in crescita e in particolare i governi sono soggetti alla spinta implacabile del superciclo HEAD: Health Care, Energy, AI, Defence. Sanità, sicurezza energetica, AI e tecnologie informatiche, insieme alla difesa e con le relative spese in infrastrutture, dovrebbero assorbire circa 25 mila miliardi nel 2026, quasi un quinto del prodotto mondiale. Spese poco sensibili ai tassi alimenteranno nuove emissioni; sanità e pensioni graveranno direttamente sui bilanci pubblici. Inoltre, le scadenze elettorali riducono gli incentivi a riforme impopolari e favoriscono soluzioni di breve periodo.

Nel 2026 il debito in scadenza supererà i 15 mila miliardi di dollari: 3,5 mila miliardi nei paesi emergenti, mentre i soli mercati avanzati devono rifinanziare oltre 12 mila miliardi.

Implicazioni di mercato

Il debito cresce senza sosta, mentre il contesto della politica monetaria si avvia sempre più verso la conferma di un higher for longer sui tassi. Questo vuol dire maggiore pressione per i costi di finanziamento di tutti i soggetti economici. Come ha fatto notare il FMI, interessi, rifinanziamenti e rigidità di spesa aumentano la vulnerabilità dei mercati.


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