Trump frena sull’Iran e il petrolio crolla

Il cambio di tono di Trump sull’Iran fa scendere il petrolio e ridisegna gli equilibri geopolitici, mentre emergono tensioni su Cina, metalli strategici ed economia USA sempre più divisa.

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Trump rallenta sull’Iran e i mercati reagiscono

Il segnale arrivato da Donald Trump su una minore urgenza di un possibile attacco all’Iran ha avuto effetti immediati sui mercati. Dopo giorni in cui l’ipotesi di un intervento militare sembrava più concreta, il cambio di postura è stato letto come una riduzione del rischio geopolitico nel breve periodo.

La reazione più evidente si è vista sul petrolio, con un calo intorno al 3% sia per il WTI sia per il Brent. Il mercato ha preso atto del rallentamento della tensione, ridimensionando le aspettative di shock sull’offerta.

Le motivazioni geopolitiche dietro la frenata

Dietro la scelta di Trump non ci sarebbero solo considerazioni militari, ma soprattutto di opportunità strategica. Un’operazione contro l’Iran dovrebbe essere rapida e portare ritorni concreti in chiave geopolitica, evitando il rischio di un nuovo impantanamento.

L’obiettivo principale non sarebbe tanto l’incasso diretto delle risorse petrolifere, quanto il recupero di potere contrattuale verso la Cina, principale acquirente del petrolio iraniano. Una dinamica già vista in passato con il Venezuela, dove il controllo diretto o indiretto del petrolio pesante ad alto tenore di zolfo ha avuto un ruolo centrale nei rapporti di forza globali.

Petrolio, Cina e il nuovo equilibrio delle materie prime

Il tema energetico si intreccia sempre più con quello delle materie prime strategiche. La Cina, oggi, detiene un ruolo chiave su diversi fronti, non solo come grande cliente del petrolio iraniano, ma anche come attore dominante su altre risorse critiche.

Terre rare, dazi e limiti della strategia USA

La perdita di potere contrattuale degli Stati Uniti emerge con forza sul tema delle terre rare, in particolare nella fase di raffinazione, dove la Cina mantiene una posizione di leadership. Questo squilibrio ha messo in luce i limiti della politica dei dazi statunitensi, soprattutto nei confronti di Pechino.

Il tentativo di riequilibrare i rapporti passa quindi anche dal controllo delle risorse energetiche, in un contesto in cui ogni leva economica ha una valenza geopolitica.

Metalli preziosi e argento sotto osservazione

Parallelamente al petrolio, resta molto agitato il comparto dei metalli preziosi, in particolare l’argento. Un recente documento dell’amministrazione statunitense sui minerali critici ha incluso anche questo metallo tra le risorse strategiche.

Nessuno scontro diretto sull’argento raffinato

Dall’indagine emerge l’impressione che né Stati Uniti né Cina vogliano arrivare a uno scontro frontale sull’argento raffinato. Pechino aveva recentemente ridimensionato in modo significativo le esportazioni, confermando il suo ruolo dominante nella produzione di argento utilizzabile a fini industriali, fondamentale anche per i chip.

In assenza di escalation, si sono viste prese di profitto, ma i prezzi restano elevati, intorno agli 89 dollari l’oncia.

Economia USA: inflazione stabile, ma crescita diseguale

Sul fronte macroeconomico, dagli Stati Uniti arrivano segnali contrastanti. L’inflazione si mantiene complessivamente stabile attorno al 2,7%, indipendentemente dalla metrica considerata, inclusa quella al netto di alimentari, energia e componente abitativa.

Le vendite al dettaglio di novembre risultano solide in aggregato, ma l’analisi interna mostra una forte divergenza tra fasce di reddito.

L’economia “a K” e il peso politico

I redditi più elevati continuano a beneficiare della crescita e a sostenerla, mentre le fasce a basso reddito sono in forte difficoltà. Un divario reso ancora più evidente dall’aumento dei prezzi degli alimentari, che colpisce soprattutto i nuclei più fragili.

Questa “economia a K” assume anche un rilievo politico, considerando che una parte significativa degli elettori potenziali di Trump appartiene proprio alle fasce di reddito più basse.

Trimestrali e attesa per la Corte Suprema

La stagione delle trimestrali negli Stati Uniti è iniziata in modo deludente, soprattutto per il settore bancario. I risultati sono stati accolti negativamente dal mercato, con perdite post-annuncio intorno al 4%.

Dazi e sentenza rinviata

Resta infine l’attesa per la sentenza della Corte Suprema sui dazi. Il pronunciamento, atteso nei giorni scorsi, non è arrivato e potrebbe slittare all’inizio della prossima settimana, mantenendo alta l’incertezza sul fronte commerciale.

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Antonio  Cesarano

Macroeconomista e Responsabile Strategia Finanziaria