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La strategia "Vendi America, compra Asia" è a un punto di svolta?
Lo scoppio della guerra in Iran non ha generato contraccolpi su Wall Street: dalla chiusura di venerdì a quella di ieri sera l'indice S&P500 è rimasto invariato, il NASDAQ è cresciuto dello 0,5%

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Lo scoppio della guerra in Iran non ha avuto alcun contraccolpo su Wall Street: dalla chiusura di venerdì a quella di ieri sera l'indice S&P500 è rimasto invariato, mentre il NASDAQ Composite è addirittura cresciuto di circa mezzo punto percentuale.
Ben più critica la situazione per le borse dell'Estremo Oriente, dove l'indice MSCI Asia-Pacifico nello stesso lasso di tempo ha ceduto quasi il -9%, con il KOSPI di Seul a guidare la discesa, -11%.
La guerra in Iran mina la strategia "Vendi America, Compra Asia"?
La guerra in Iran sta costringendo gli investitori a rivalutare una delle strategie azionarie preferite da inizio anno, portando alcuni a concludere che la strategia "Vendi America, Compra Asia" abbia raggiunto un punto di svolta.
Il brusco movimento di questa settimana potrebbe infatti segnalare un'inversione di tendenza nella rotazione dei fondi globali verso l'Asia e un rinnovato spostamento verso gli Stati Uniti come porto sicuro, una mossa supportata anche da un dollaro più forte.
La guerra in Iran ha avuto un impatto negativo sui titoli azionari asiatici, amplificato in parte dall'enorme dipendenza della regione dalle spedizioni di carburante attraverso lo Stretto di Hormuz.
C'è anche una crescente preoccupazione che uno shock energetico prolungato possa innescare un rallentamento economico globale, compromettendo i principali settori dell'export.
Di conseguenza, gli investitori hanno preferito prendere profitto sul recente rally, sospinto dall'intelligenza artificiale, in particolare sui titoli che hanno avuto le performance migliori nell'ultimo anno: Corea del Sud e Taiwan.
"Il capitale non aspetta la certezza: sta già ruotando, e la forza del dollaro questa settimana ci dice tutto su dove si stanno dirigendo gli investitori intelligenti", ha affermato Hebe Chen, analista di mercato senior di Vantage Global Prime. "Cina, Giappone, Corea e Taiwan dipendono esclusivamente dalle importazioni e non dispongono di alcun cuscinetto, il che rende questo shock petrolifero esponenzialmente più corrosivo per la regione che per l'Occidente".
Molto dipenderà dal prezzo del petrolio
L'impennata del Brent sta ora alimentando i timori di inflazione, minacciando di trasformare alcuni dei punti di forza della regione in punti deboli. Le economie asiatiche, tra cui Cina, India e Indonesia, sono tra i maggiori importatori di petrolio al mondo, secondo Bloomberg Economics. Goldman Sachs stima che un aumento del 20% del prezzo del Brent ridurrebbe gli utili regionali del 2%.
Giappone e Corea del Sud sono particolarmente esposti all'interruzione delle rotte di trasporto, a differenza della Cina, che ha riserve maggiori e accesso al greggio russo. Sottolineando le preoccupazioni relative all'approvvigionamento, Pechino ha intimato alle maggiori raffinerie di petrolio del Paese di sospendere le esportazioni di gasolio e benzina.
"Giappone e Corea del Sud potrebbero subire maggiori pressioni, poiché oltre il 60% delle loro importazioni di petrolio viene trasportato attraverso lo Stretto di Hormuz", ha affermato Alicia Garcia-Herrero, capo economista per l'Asia-Pacifico di Natixis SA, aggiungendo che l'impatto economico sull'Asia va oltre il petrolio, con conseguenze su mobilità, edilizia, finanza e difesa.
Un aumento sostenuto dei prezzi del petrolio potrebbe alterare radicalmente le prospettive azionarie, inasprendo le condizioni finanziarie e indebolendo i saldi dell'export in tutta l'Asia.
Al contrario, gli Stati Uniti sono relativamente isolati, beneficiando del loro status di esportatore di energia e degli afflussi di beni rifugio, secondo l'Amundi Investment Institute.
"Lo Stretto di Hormuz è fondamentale in questo caso e gli Stati Uniti non dipendono dal Medio Oriente per il loro fabbisogno di petrolio", ha dichiarato Ajay Rajadhyaksha, presidente globale della ricerca di Barclays, in un'intervista a Bloomberg TV. "È molto più importante per l'Europa, ma ancora di più per le grandi economie asiatiche, Cina, Corea del Sud e Giappone".
Analisi tecnica S&P500
Il trend di fondo è strutturalmente rialzista e bene inserito nel canale ascendente sotto evidenziato. Non si può escludere che l'approdo verso la parte alta del canale possa avviare una fisiologica fase di assestamento. Operatività. Accompagnare il rialzo con acquisti, approfittando preferibilmente delle fasi correttive. Stimiamo un obiettivo per fine 2026 in area 7.700 punti. Soglia discriminante ed eventuale stop loss a 6mila punti.

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