Il Gruppo Caltagirone che vince in Borsa
Il titolo è cresciuto del +36% da inizio 2025 per una market cap intorno a 236 milioni di euro, ma c'è molto potenziale inespresso
Figura di primo piano dell’imprenditoria italiana, Francesco Gaetano Caltagirone è oggi tra i principali protagonisti della finanza nazionale.
Secondo Forbes, il fondatore del gruppo è il settimo uomo più ricco d’Italia, con un patrimonio stimato in oltre 8 miliardi di dollari, quasi quintuplicato negli ultimi cinque anni quando era ventunesimo.
Il percorso imprenditoriale di Caltagirone ha radici nel settore edilizio romano degli anni Sessanta e Settanta. L’acquisizione di Vianini dallo IOR nel 1984 e di Cementir dall’IRI nel 1992 hanno segnato l’espansione del gruppo nella produzione di cemento e calcestruzzo, consolidando la presenza industriale in Italia e all’estero.
Alla fine degli anni Novanta è arrivata la diversificazione nel comparto editoriale con l’acquisto de il Messaggero (1996) e de il Mattino (1997), confluiti nella holding Caltagirone Editore, costituita nel 1999 e quotata in Borsa l’anno successivo in piena bolla internet a 18 euro.
Parallelamente alla crescita industriale, il gruppo ha sempre mantenuto una forte vocazione finanziaria, con investimenti mirati soprattutto nei principali titoli bancari e assicurativi italiani.
Proprio questi investimenti, in particolare nelle azioni Generali e Mediobanca (già convertite in Monte Paschi), negli ultimi anni stanno contribuendo alla fortuna delle due holding quotate del gruppo, ovvero Caltagirone Spa e Caltagirone Editore.
Caltagirone Spa, che è anche attiva nelle infrastrutture e nei materiali edili, ha superato il miliardo di capitalizzazione ed è vicina ai massimi storici. Il mercato ha pienamente recepito e condiviso le scelte finanziarie e industriali in quanto negli ultimi tempi ha ridotto lo “sconto holding” dal 70% a circa il 50%.
Rimane invece attualmente inespresso il potenziale di Caltagirone Editore, che continua a quotare solo il 30% del valore patrimoniale e che appare decisamente sottovalutata.
La capitalizzazione di CED, al netto delle azioni proprie, è ad oggi di poco superiore ai 200 milioni, ovvero meno della metà della sola posizione detenuta in Generali e Monte dei Paschi.
Nell’attivo ci sono anche, tra l’altro, partecipazioni in Poste, Eni, Enel ed Italgas per ulteriori 120 milioni.
I benefici derivanti solo dall’apprezzamento del portafoglio azionario avrebbero un’incidenza positiva (ai valori attuali) di quasi 60 milioni nel prossimo bilancio e porterebbero il patrimonio netto a circa 670 milioni.
Altrettanto importanti saranno i benefici reddituali, in quanto di soli dividendi sono attesi almeno 30 milioni nel 2026, ovvero il 50% in più di quanto incassato nel 2024.
Anche la componente editoriale dovrebbe non essere più una fonte di preoccupazione per gli azionisti. Il margine operativo è più o meno in equilibrio e le svalutazioni cumulate – oltre 400 milioni di euro dal 2010- sembrano prossime al termine.
Le testate sono a bilancio per residui 77 milioni, mentre immobili e impianti (alcuni di pregio a Roma, Napoli e Venezia) sono valutati 34 milioni.
Se fossero confermate le recenti voci di mercato sulla valutazione di la Repubblica e la Stampa, i valori iscritti potrebbero risultare addirittura prudenziali.
Azioni menzionate
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