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Il certificato sui miners globali estrae rendimento puntando sull’oro

Il 2023 è stato un anno positivo per l’oro che si appresta a chiudere i dodici mesi con una performance annua a doppia cifra. Le prospettive sembrano essere ancora più incoraggianti per l’anno prossimo, nonostante il 2024 si presenta come un anno sfidante in generale tra rischi recessivi e geopolitici.

In questo articolo approfondiamo con Antonio Cesarano, Chief Global Strategist d’Intermonte, le prospettive per il 2024 e le eventuali criticità che il metallo prezioso potrebbe incontrare. Ci focalizzeremo poi su un’idea d’investimento che punta non direttamente sull’oro ma su un basket di global miners, società che estraggono e vendono il prezioso.

Antonio, quali sono le ragioni che ti fanno pensare che l’oro avrà un 2024 roseo?

L’oro dall’anno scorso sta beneficiando del supporto fortissimo delle banche centrali che ha più che compensato l’effetto negativo di alcune variabili (tassi, dollaro forte e vendita ETF). Secondo i dati World Gold Council, l’anno scorso è stato record di acquisti di oro da parte delle banche centrali, soprattutto se si guarda al sud globale, quindi Cina e Turchia. Hanno comprato tanto anche Polonia, Singapore e Irlanda. Perché lo fanno? Il tema è profumatamente geopolitico, ovvero la necessità di diversificazione delle riserve, con lo switch dal dollaro all’oro. L’eccessiva concentrazione delle riserve in dollari ora è vista dalle banche centrali come un rischio notevole. In un mondo che geopoliticamente è cambiato dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, l’esempio del congelamento delle riserve in valuta estera russa da parte degli USA e dei paesi vicini all’America, ha generato questo processo.

Questo è il catalyst principale che ha più che bilanciato diverse tematiche contrarie all’oro. Per esempio, il rialzo forte dei tassi andato avanti fino ad ottobre di quest’anno e il fatto che gli ETF globali, che sono il terzo detentore di oro, mediamente hanno venduto il prezioso nel 2023. Ma il flusso di acquisti da parte delle banche centrali è stato nettamente più alto, con un rapporto 5 a 1.

La cosa interessante è che questa tendenza avviata dalle banche centrali non sembra per niente agli sgoccioli e potenzialmente ha ancora molto spazio. Pensiamo alla Cina. Ha circa tre mila miliardi di dollari di riserve e ha 140 miliardi di oro. Quindi di switch ne può fare veramente tanti. Per capirci, gli USA hanno 500 miliardi di oro, quindi anche come proporzione sul PIL, la Cina ha ancora molta strada da fare. L’input geopolitico è infatti la chiave. La Cina sta vendendo Treasury e compra oro.

I fattori inizialmente contrari cominciano anche ad essere favorevoli. Il dollaro si sta deprezzando e dopo l’ultima riunione della Fed lo scenario tassi è cambiato. Si passa da una prospettiva di rialzo tassi a quello del taglio degli stessi già il prossimo anno. Entriamo dunque in un anno dove altri fattori chiave si trasformano in favorevoli per il metallo giallo. Il tema geopolitico comunque è ora preponderante e questo è il fattore strutturale che depone a suo favore. Se poi a questo si aggiungeranno gli ETF globali, i margini di rialzo sono importanti.

Quali possono essere invece le criticità nel 2024 per l’oro?

Ad esempio, potremmo avere un po’ di rigurgito inflattivo che potrebbe far pensare agli investitori che l’idea di un veloce taglio dei tassi non è così corretta o non sarà così veloce. Tassi mediamente alti non fanno bene all’oro.

Altro tema forte è l’idea che il mondo si rassereni sul fronte geopolitico. Ad esempio, il 17 marzo ci sono le elezioni in Russia e da lì in poi potrebbe esserci un possibile ritorno alle trattative con Putin. Inoltre, i repubblicani in USA non vogliono dar più soldi all’Ucraina e a novembre ci sono le elezioni in America. Anche altri Paesi europei cominciano a mostrar fastidio verso la prosecuzione del conflitto. Quindi un miglioramento dello scenario geopolitico e la riduzione del rischio potrebbe portare gli investitori a spostare verso altre asset class la scelta d’investimento. A novembre 2024 ci saranno le elezioni in USA e Trump è visto come amico di Putin e potrebbe fare da pacificatore geopolitico, contribuendo alla stabilizzazione della situazione.

Puntare sull’oro investendo su tre società minerarie

Visto il contesto delineato, per chi condivide una view tendenzialmente positiva sull’oro, BNP Paribas propone il certificato Memory Cash Collect ISIN XS2673625567 che investe sul basket worst of composto da Newmont, Barrick Gold e Agnico Eagle Mines. Tre colossi minerari con fortissima esposizione del fatturato all’oro. La scelta è ricaduta su questi tre titoli del Vaneck Gold Miners che è l’ETF azionario più importante che replica l’andamento dell’indice NYSE Arca Exchange Gold Bugs. All’interno ci sono le compagnie che estraggono oro ma non lo vendono a termine, quindi, se il prezzo dell’oro sale ne beneficiano perché non bloccano il prezzo della materia prima. Newmont, Barrick Gold e Agnico Eagle Mines sono le prime tre società per peso inserite in questo ETF e sono le tre appunto presenti nel certificato. La cosa interessante è che il prodotto, già acquistabile sulle piattaforme di trading/investing, quota a 100 euro poiché lo strike verrà fatto domani 19 dicembre. Questa è una delle prime volte che BNP Paribas attua questo tipo di meccanismo che altri emittenti minori usano già da tempo. Meccanismo che rende ancora più interessante il prodotto e che permette all'investitore di comprarlo fino a domani senza subire eventuali variazioni di prezzo al rialzo del certificato. Il certificato è ovviamente Quanto, dunque senza alcun rischio cambio.

Più nel dettaglio, Newmont è l’operatore più grande al mondo per produzione di oro con oltre 6 milioni di once nel 2023. La società statunitense ha una market cap di 47 mld usd e nel 2022 circa il 90% del fatturato deriva dall’oro. Minoritaria l’esposizione ad argento, zinco e rame. Se guardiamo al consensus, 17 analisti consigliano di comprare, 7 sono neutrali e solo 1 consiglia di vendere. Il target price è a 49 dollari, per un upside del 21,5% sui prezzi attuali.

Barrick Gold è la seconda società per produzione di oro con i suoi 5,8 milioni di once estratte nel 2023. La società canadese capitalizza 31 mld usd e nel 2022 circa il 91% del fatturato deriva dall’oro. Produce anche rame e altri metalli. Anche in questo caso 16 analisti consigliano l’acquisto, 7 sono neutrali e un solo analista consiglia la vendita.

Agnico Eagle Mines è la più piccola delle tre. È una società Canadese che capitalizza circa 27 mld di usd è nel 2023 ha estratto circa 3,7 mln di once di oro. Quasi il 100% del fatturato 2022 è stato legato all’estrazione di oro.

La cosa interessante è che questi titoli hanno un andamento dei prezzi molto laterale, cosa che si sposa bene con i certificati d’investimento, soprattutto se, come nel caso del certificato in oggetto, hanno barriere profonde al 55% degli strike.

Sotto mostriamo la tabella di correlazione e volatilità dei tre titoli. La correlazione è molto alta, questo è un aspetto positivo perché significa che i titoli si muoveranno tendenzialmente insieme. Sarà meno probabile che uno dei tre titoli ad un certo punto prenda una strada diversa dagli altri inficiando a scadenza la performance del certificato. Un basket correlato presenta un rischio minore ma implica anche un premio tendenzialmente minore poiché il basket costa di più in fase di strutturazione (minor rischio, minor rendimento) all’emittente. Le volatilità dei tre titoli non sono altissime collocandosi intorno al 30%.

Il certificato che investe sui big dell’oro paga il 2,4% trimestrale

Il certificato di BNP Paribas ISIN XS2673625567 investe su un basket worst of composto da Newmont, Barrick Gold e Agnico Eagle Mines. Il certificato paga premi trimestrali del 2,4% con memoria, condizionati ad una barriera al 55% dello strike (barriera valida anche a scadenza). La memoria, lo ricordiamo, è quel meccanismo che permette all’investitore di recuperare eventuali premi persi se nella data di osservazione il worst of sarà sopra barriera.

Il certificato presenta anche la possibilità di rimborso anticipato automatico (autocall) da settembre 2024. La condizione è che i tre titoli dovranno essere ad un prezzo uguale o superiore dello strike nelle date di osservazione.

Infine, a scadenza (dicembre 2027), il prodotto prevede due possibilità: se i tre titoli saranno al di sopra della barriera il certificato pagherà 100 euro a pezzo più l’ultimo premio ed eventuali premi non pagati; se invece anche solo un titolo sarà sotto barriera il certificato paga un rimborso pari alla performance del peggiore dei tre. Quindi se per esempio un titolo avrà perso più del 50% dallo strike a scadenza, il certificato pagherà 50 euro.

Disclaimer:

Il Certificate è soggetto ad un livello di rischio pari a 5 su una scala da 1 a 7. L’investimento in questa tipologia di Certificate espone il risparmiatore al rischio default dell’emittente. Tutti i rendimenti espressi sono al lordo delle imposte.

La presente comunicazione non integra in alcun modo consulenza nemmeno generica o ricerca in materia di investimenti, non è stata preparata conformemente ai requisiti giuridici volti a promuovere l’indipendenza della ricerca in materia di investimenti e non è soggetta ad alcun divieto che proibisca le negoziazioni prima della diffusione della ricerca in materia di investimenti.

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