COMUNICAZIONE DI MARKETING

  Sull’idrogeno la partita si vince con il capitale protetto 106%

Sembra di assistere ad una partita a scacchi tra due giocatori che si conoscono molto bene: Stati Uniti ed Europa. Gli USA hanno aperto la sfida con l’IRA (Inflation Reduction Act) e l’UE sta preparando la risposta. Comunque si chiuderà la partita un vincitore c’è già: l’idrogeno. Entrambi i continenti si preparano infatti a stanziare miliardi per finanziare lo sviluppo dell’idrogeno green. La ragione è strategica e geopolitica. Non ci sono alternative. Il petrolio non può essere la soluzione, mentre il gas è dominio della Russia e l’elettrico della Cina.

La conseguenza diretta è che l’idrogeno si presenta oggi come un megatrend e un tema d’investimento da inserire in un portafoglio ben diversificato. Certo, come per tutto il mondo del clean energy, il settore dell’idrogeno è pieno di start up, ed è ovvio che alcune di queste siano destinate a fallire, mentre altre saranno premiate dal mercato con performance incredibili. Difficile fare stock picking per la complessità e tecnicità del tema, meglio andare su indici, ad esempio tramite ETF o fondi, per beneficiare della diversificazione. Se si vuole partecipare alle performance del settore, eliminando qualsiasi rischio relativo all’andamento di un settore particolarmente volatile, meglio utilizzare i certificati a capitale protetto. Qui, il protagonista indiscusso, è il nuovissimo certificato ISIN CH1246021005 di Leonteq a capitale protetto 106% che investe sul Leonteq Global Hydrogen Technology 15%RC Index. Il prodotto ha una durata di quattro anni, e a scadenza non solo garantisce il 100% del valore nominale (al netto del rischio emittente), ma anche un premio del 6%. Ovviamente, in caso di performance positive, il certificato promette a scadenza una partecipazione lineare senza cap ai guadagni, ne possibilità di richiamo da parte dell’emittente. Un vantaggio importante visto che l’indice è molto volatile, ma questa volatilità potrà solo venirci incontro visto la protezione più che totale del capitale. Insomma, uno strumento pensato per affrontare un megatrend dalle grandi potenzialità in tutta sicurezza. Analizzeremo nei dettagli il prodotto nel proseguo dell’articolo, ma come sempre cominciamo a contestualizzare il tutto.

Gli USA lanciano il guanto di sfida, l’Europa si attrezza

In un mondo in cui purtroppo le tensioni geopolitiche non fanno che inasprirsi tra i due blocchi principali, quello Occidentale cappeggiato dagli USA e quello orientale, a guida della cinese, il controllo delle materie prime e delle risorse energetiche è fondamentale e imprescindibile per ambo i blocchi. Il petrolio non può essere la soluzione in un mondo che corre verso emissioni zero, mentre per il gas naturale, l’Europa certo non è autonoma. Si deve lavorare sulle rinnovabili ma quale? E qui che si apre un mondo, perché eolico, solare e idrico non bastano soprattutto se si parla di trasporti. C’è poi il problema dello stoccaggio e dell’intermittenza delle fonti. Ci si sta orientando verso l’elettrico a gran forza ma qui emerge un problema non da poco. Il controllo delle batterie al litio e praticamente di tutta la supply chain è della Cina.

Negli ultimi 30 anni, il litio è diventato una risorsa preziosa. È un componente essenziale delle batterie. Il problema però non è tanto nella reperibilità della materia prima, ma nel know how e nel costo della lavorazione e produzione delle batterie. E quando si tratta della lavorazione di questo materiale, la Cina ha una marcia in più. Nel 2021 la superpotenza si è accaparrata circa il 40 per cento delle 93 mila tonnellate di litio grezzo estratte a livello globale. Il successo della Cina deriva dalla sua grande domanda interna di batterie, 72 GWh, e dal controllo dell’80% della raffinazione delle materie prime a livello mondiale, del 77% della capacità mondiale di celle e del 60% della produzione mondiale di componenti (vedi studio di BloombergNef). Sei dei dieci maggiori produttori di batterie per veicoli elettrici hanno sede in Cina. Questa posizione dominante si estende infatti anche alla catena di approvvigionamento. Le aziende cinesi hanno firmato accordi preferenziali con i paesi che hanno grandi disponibilità di litio e hanno beneficiato di ingenti investimenti governativi nelle complesse attività di estrazione e produzione. Del resto anche la Cina non è autonoma da un punto di vista energetico e dunque vede parte della soluzione nell’elettrico. La situazione sta innervosendo il resto del mondo, con gli Stati Uniti e l’Europa che cercano di interrompere la propria dipendenza dal litio cinese prima che sia troppo tardi (non sia mai che ci si trovi come con la dipendenza dalla Russia per il gas). Stati Uniti ed Europa stanno certo investendo tanto in questa direzione ma il tempo stringe e il passaggio dall’estrazione alla produzione è costellato di tantissime attività estremamente complesse e costose. Ci vogliono anni per far decollare un impianto di lavorazione o una gigafactory, e gli Stati Uniti potrebbero impiegare decenni e una cifra stimata in 175 miliardi di dollari per raggiungere la Cina, che controlla almeno i due terzi della capacità di lavorazione del litio a livello mondiale.

Ed è qui che entra in gioco l’idrogeno, visto ora come la fonte energetica green alternativa all’elettrico e in grado di supportare Europa e USA come strumento per ottenere la transizione energetica, la riduzione della dipendenza dalla Cina e la soluzione dei problemi d’intermittenza e stoccaggio delle rinnovabili. Questo perché per fare l’idrogeno si possono utilizzare le rinnovabili come energia per scindere idrogeno dall’ossigeno e poi stoccare direttamente l’idrogeno. Sotto questo punto di vista l’idrogeno sarebbe una vera e propria pila per conservare l’energia prodotta dalle rinnovabili anche quando prodotta in eccesso rispetto alla domanda.

Questa molto probabilmente è la ragione per cui l’idrogeno sta diventando geopoliticamente strategico, tanto da portare gli USA lo scorso anno a lanciare un piano importante di finanziamento al comparto, l’IRA (Inflation Reduction Act). Questo, lo ricordiamo, è un pacchetto legislativo firmato ad agosto 2022 da Biden, dotato di un budget di circa 800 miliardi di dollari, dei quali circa 400 miliardi di dollari saranno spesi per l’energia e il cambiamento climatico. Il pacchetto, tra le altre cose, prevede infatti un credito d’imposta da tre dollari per chilogrammo all’idrogeno prodotto con energia rinnovabile e nucleare. Una spinta concreta perché, se si lasciasse decidere al mercato, semplicemente l’idrogeno ora è antieconomico. Serve dunque un forte incentivo dello stato. Tutto questo a condizione che la produzione sia in USA. E questo ha prodotto non pochi dissapori con il Vecchio Continente, preoccupato della penalizzazione per diverse aree industriali e stretto tra un alleato, gli USA, piuttosto ingombrante e aggressivo e il blocco cino-russo che controlla sia il gas che l’elettrico. Raccolta la sfida, l’Europa si deve muovere e velocemente. Ecco perché l’urgenza di un piano anti IRA. “L’Inflation Reduction Act”, ha detto von der Leyen, “dovrebbe farci riflettere su come migliorare le nostre norme sugli aiuti di stato e come adattarle a un nuovo contesto globale. La nuova politica industriale assertiva dei nostri concorrenti richiede una risposta strutturale”. E mentre si discute su come procedere per finanziare il piano, ovvero aiuti di stato (su cui è favorevole la Germania), maggiore flessibilità nell’utilizzo dei fondi già disponibili ed eventuale creazione di un fondo sovrano (ostacolata da Francia e Germania ma favorevole per il sud Europa Italia inclusa), la spunta Macron. Bruxelles è andata incontro alla richiesta avanzata da diversi Paesi, ma soprattutto dalla Francia. L’idrogeno ‘rosa’, prodotto con elettricità generata dal nucleare, potrebbe essere considerato come fonte di energia rinnovabile. La Francia ne uscirebbe veramente bene, visto anche l’urgenza della costruzione di un idrogenodotto (doveva essere un gasdotto) in grado di collegare la penisola iberica alla Francia. Condotto che dovrebbe essere completato entro il 2030 e dovrebbe avere la capacità di trasportare il 10% dell’idrogeno stimato come domanda europea. L’idrogeno sarebbe prodotto in parte attraverso il nucleare francese e in parte con il solare spagnolo. È una partita veramente molto complessa quella in atto come avrete dedotto e il tempo certo non gioca a favore. Ma una cosa è certa, chiunque la spunterà in questa corsa allo sviluppo dell’idrogeno, il comparto vedrà una spinta fortissima nei prossimi anni ed è solo questo alla fine che all’investitore interessa. Come abbiamo detto, si tratta poi di scegliere lo strumento giusto per puntare su questo megatrend.

Capitale protetto al 106% e partecipazione lineare

Il certificato ISIN CH1246021005 di Leonteq propone la formula ideale per puntare sull’idrogeno in totale sicurezza. Il tema d’investimento c’è tutto come abbiamo visto ed è un peccato non provare a cavalcarlo. Dall’altro lato, come dicevamo, lo stock picking è veramente difficile per la complessità del tema e il settore è veramente molto volatile. Ecco perché la soluzione di Leonteq che investe sull’indice Leonteq Global Hydrogen Technology 15%RC appare interessante. Permette d’investire su una selezione di Solactive, società specializzata nella realizzazione di indici finanziari, di venti società appartenenti alla supply chain dell’idrogeno (generazione, stoccaggio e uso dell’idrogeno). Come abbiamo detto, il capitale è protetto al 106%, quindi a scadenza (febbraio 2027, quattro anni), qualsiasi cosa succeda all’indice, l’investitore riceverà 1.060 euro a certificato, appunto una performance del 6%. Se invece la performance sarà positiva a scadenza, l’investitore avrà un rimborso lineare alla performance dell’indice (partecipazione 100%). Per esempio, se il paniere dovesse segnare un rialzo del 30% a scadenza, il rimborso sarà di 1.300 euro. Non c’è alcun limite ai guadagni potenziali, né possibilità di rimborso anticipato.

L’indice è anche a controllo della volatilità che non deve mai essere maggiore del 15% annuo (15%RC), altrimenti sposta parte del portafoglio in cash. Strumento che aiuta l’emittente, riducendo la volatilità si abbassa infatti il costo della componente opzionaria. L’indice è anche decrement 5%, ovvero stacca dalla performance dell’indice un dividendo sintetico del 5% su base giornaliera che serve per stabilizzare la struttura e comprare le opzioni in totale sicurezza. L’emittente così non si espone al rischio di mancato pagamento dei dividendi da parte delle società. Il certificato è quanto dunque non vi sono rischi legati alle valute.

Disclaimer:

Il Certificate è soggetto ad un livello di rischio pari a 3 su una scala da 1 a 7.

La presente comunicazione non integra in alcun modo consulenza nemmeno generica o ricerca in materia di investimenti, non è stata preparata conformemente ai requisiti giuridici volti a promuovere l’indipendenza della ricerca in materia di investimenti e non è soggetta ad alcun divieto che proibisca le negoziazioni prima della diffusione della ricerca in materia di investimenti.

Ricordiamo, prima dell’adesione, di leggere attentamente il prospetto di base, ogni eventuale supplemento, la nota di sintesi, le condizioni definitive e il documento contenente le informazioni chiave (KID) e, in particolare, le sezioni dedicate ai fattori di rischio connessi all’investimento, ai costi e al trattamento fiscale relativi ai prodotti finanziari ivi menzionati reperibili sul sito dell’emittente: clicca qui.

COMUNICAZIONE DI MARKETING

Responsabile Soluzioni di Investimento ed Analista Tecnico



Leggi gli articoli della categoria
Certificati
Clicca qui