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UBI BANCA/BANCO BPM - Unite guadagnano di più

<p>Le grandi svantaggiate dei tassi a zero, le banche, possono scegliere di unirsi per risparmiare, così come un secolo e mezzo fa, i ceti svantaggiati si aggregarono nelle mutue per poter contare. Due ex banche popolari, Ubi Banca [UBI.MI] e Banco B
Ma la Vigilanza della BCE deve lasciare al nuovo soggetto, il tempo necessario allo smaltimento dei crediti deteriorati

Le grandi svantaggiate dei tassi a zero, le banche, possono scegliere di unirsi per risparmiare, così come un secolo e mezzo fa, i ceti svantaggiati si aggregarono nelle mutue per poter contare. Due ex banche popolari, Ubi Banca [UBI.MI] e Banco BPM [BAMI.MI] si trovano oggi di fronte la possibilità di unire le forze per abbassare i costi e rilanciare gli utili depressi.

Di questa ipotesi si parla da tempo, ma da qualche settimana, ci sono anche dichiarazioni dei soggetti in causa, non solo retroscena e speculazioni. Come affermato anche dall’a.d. del Banco BPM, Giuseppe Castagna, l’operazione ha un serio senso industriale.

Unendosi, le due strutture dovrebbero riuscire a tagliare i costi operativi di circa il 10%, prendendo come riferimento le sinergie ottenute dalla fusione Banco Popolare- BPM. Ci sarebbero probabilmente anche dei benefici a livello di ricavi, intorno al 2% del totale combinato, ma nel caso delle banche, è molto difficile avanzare delle ipotesi sensate. 

Ipotizzando, in via prudenziale, un risparmio del 9,5% sulla base costi operativi, si ottiene un effetto sinergico positivo di 480 milioni di euro, una cifra non da poco, rispetto al valore attuale delle due capitalizzazioni (circa 5,8 miliardi).
Il matrimonio però, secondo le nostre stime, porta anche dei costi di ristrutturazione pesanti, ma straordinari, di 720 milioni di euro. 

Solo per effetto del matrimonio, tralasciando tutto il resto, si ottiene in tre anni una crescita del 30% dell’utile per azione. Si passa dagli 0,48 euro per azione proforma del 2020 a 0,71 euro del 2022. Il ritorno sul patrimonio sale dal 5,4% del 2020 all’8% del 2022. Giusto per avere un termine di paragone, il ritorno sul patrimonio tangibile di Banco BPM stimato per il 2019 è 5,4%, quello di Ubi Banca è 5,8%.

Ipotizzando un concambio di 0,75, con nuove azioni emesse da Ubi Banca, gli azionisti si quest’ultima, avrebbero il 50,6% del nuovo BancoBPM-UBI, il patto che oggi detiene quasi il 17% del capitale, si ritroverebbe con l’8,4%, una quota che gli permetterebbe di far sentire il suo peso nella gestione dell’azienda. 

Per arrivare a questo scenario, abbiamo dovuto dare per scontato che ci sia il via libera, da parte della Vigilanza bancaria, al riconoscimento del badwill, pari a circa 8 miliardi di euro. Oltre a ciò, abbiamo messo in conto la drastica pulizia di bilancio che la BCE dovrebbe chiedere, in cambio del via libera all’operazione.

Le due banche, pur avendo ottenuto risultati strabilianti nello smaltimento dei crediti deteriorati, restano lontane dalla soglia ottimale, pari a circa il 5% in termini di Non Performing Exposure: Ubi Banca. a fine giugno aveva un NPE lordo di 10%, Banco BPM di 9,70%.

Per arrivare dal livello attuale al 6%, lo stesso di Unicredit ed Intesa Sanpaolo, si devono mettere in conto 8 miliardi di cessioni di crediti in sofferenza, valutati ad un quarto del valore facciale, più un incremento della copertura dei crediti deteriorati (Unlikely to pay) al 40%, dall’attuale 33%. 

Il miglioramento del profilo di rischio ottenuto da questa pulizia, per effetto delle perdite generatesi, erode in modo pesante l’indicatore di solidità patrimoniale Common Equity Tier 1 a circa l’11,3%, troppo basso. Per tornare velocemente su livelli di sicurezza (sopra il 12%), servono all’incirca 1,2 miliardi di euro. Le risorse si potrebbero ottenere dalla cessione di una parte delle attività nel bancassurance (Lombarda Vita e Aviva Vita) e nel risparmio gestito (65% di Pramerica Sgr). Ipotizzando di poter vendere ai multipli correnti, si potrebbe arrivare ad una plusvalenza superiore ai 650 milioni di euro, pari a circa 50 punti base di effetto positivo sul CET1. 

Anche per rispettare i vincoli eventualmente posti dall’Antitrust, potrebbero andare sul mercato le filiali delle provincie di Varese e di Bergamo. Le attività che una volta erano riunite sotto il marchio Creberg dovrebbero essere facili da vendere, soprattutto perché sono un formidabile presidio in una delle zone più ricche d’Europa. La cessione potrebbe generare circa 900 milioni di euro di capitale, pari a circa 70 punti base in più di ratio patrimoniale CET1.

Questa ipotesi, tiene solo nel caso non ci sia un ordine perentorio di accelerazione della pulizia di bilancio da parte della BCE, in quel caso, la via della dismissione risulterebbe impraticabile e sarebbe necessario un rafforzamento del capitale, all’incirca da 1,5 miliardi di euro.

Ma le autorità di Francoforte, che in tutti i modi hanno detto di voler favorire le aggregazioni, non dovrebbero arrivare a tanto: subordinare il via libera all’operazione ad un immediato smaltimento dei crediti deteriorati, equivarrebbe a dire no. Sembra più verosimile che la Vigilanza chieda rassicurazioni sul proseguimento della pulizia e permetta alle due banche di trovare i rimedi opportuni al deficit di capitale che si viene a creare, che in fondo, è proprio la linea di condotta attuale.

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