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BORSE - Risalgono quando lo yuan si placa

<p>La <strong>valuta cinese</strong> guida i mercati finanziari da qualche giorno, il suo indebolimento, oltre quota 7 su dollaro, ha portato con sé la peggior seduta da inizio anno dell’S&P500, il successivo intervento della banca centrale di Pechin
Il mercato delle opzioni dice che la turbolenza della valuta cinese non è finita

La valuta cinese guida i mercati finanziari da qualche giorno, il suo indebolimento, oltre quota 7 su dollaro, ha portato con sé la peggior seduta da inizio anno dell’S&P500, il successivo intervento della banca centrale di Pechino ha contribuito al rimbalzo.
Il cross dollaro yuan è in rialzo dello 0,3% a 7,04, livello mai visto negli ultimi nove anni. Morgan Stanley, ma anche altri broker, si aspettano che la discesa non sia finita qui. Anche il mercato propende per un ulteriore indebolimento, basta guardare il Risk Reversal sul dollaro yuan, ovvero la volatilità implicita delle opzioni call (quelle che puntano ad un apprezzamento del sottostante) meno la volatilità implicita delle opzioni Put (quelle che puntano sul ribasso del sottostante). 

Questo indicatore, vedi grafico, negli ultimi giorni è schizzato all’insù, perché le opzioni per proteggersi dal rialzo sono diventate più costose di quelle per proteggersi dal ribasso. 

Se nei prossimi giorni la banca centrale cinese sarà in grado di frenare la forza del mercato, guidando il cambio sotto quota 7, la turbolenza potrebbe velocemente rientrare. Se invece Pechino dovesse restare a guardare, oppure non fosse in grado di arginare lo short, ci si potrebbe ritrovare in uno scenario simile a quello dell’agosto del 2015. Il grafico mostra che quattro anni fa, a seguito della inaspettata svalutazione dello yuan, le oscillazioni furono molto più violente  e durarono parecchio tempo. La caduta dello yen, anche allora, fu seguita da un lungo periodo di turbolenza delle Borse: l’indice MSCI World Index, dopo vari su e giù, riuscì a tornare sui livelli precedenti la crisi dello yuan, solo un anno e mezzo dopo.
Ci sono similitudini ma anche differenze tra l’agosto del 2015 e l’agosto del 2019. Quattro anni fa i rapporti tra Stati Uniti e Cina erano molto più distesi. La guerra commerciale in corso è un elemento da tenere in considerazione, in quanto la Cina, fino ad un certo punto, ottiene vantaggi dalla svalutazione. Uno yuan più debole attenua di parecchio gli effetti dei dazi imposti dalla Casa Bianca. E’ quindi probabile che Pechino stia ancora un po’ alla finestra, in modo da lasciar scivolare il cambio verso 7,2. Andare ancora più giù potrebbe essere pericoloso, per cui, è presumibile che intorno a questi livelli arrivi un intervento forte. Ma per essere efficace, la banca centrale cinese deve avere ampie riserve valutarie da impiegare. In questo momento, le risorse a disposizione non sono ingenti, a fine luglio le riserve valutarie erano 3.104 miliardi di dollari, all’incirca quelle del mese precedente. Per raggiungere un adeguato livello di munizioni, la Cina dovrebbe svuotare un po’ le sue casse. Non ci sono evidenze di un calo delle scorte di petrolio, che però potrebbe esserci stato, mentre non dovrebbero esserci state vendite di obbligazioni, anzi, l’esito positivo dell’asta dei Treasury a tre anni di ieri, spinge a pensare che la Cina stia continuando a comprare carta degli Stati Uniti.

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