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BORSE - Quelle semilitudini tra estate 2015 ed estate 2019

<p><strong>Agosto 2019</strong> assomiglia sempre di più ad <strong>a</strong><strong>gosto 2015</strong>, il peggior mese degli ultimi otto anni per l<strong>’indice EuroStoxx 50</strong> (-9,2%). <br /><br />Quattro anni fa, l’improvvisa decisione
Quattro anni fa la grande svalutazione dello yuan.

Agosto 2019 assomiglia sempre di più ad agosto 2015, il peggior mese degli ultimi otto anni per l’indice EuroStoxx 50 (-9,2%). 

Quattro anni fa, l’improvvisa decisione della banca centrale della Cina di svalutare lo yuan di quasi il 2% provocò una tempesta valutaria così potente da scuotere i listini di tutto il mondo, compresi quelli dell’Europa: per quest’estate c’è da mettere in conto l’arrivo di un altro uragano. L'indice delle blue chip europee nei primi tre giorni del mese ha perso circa il 4%.

Il cambio dollaro yuan, salito del 2,4% in meno di tre giorni, su livelli che non si vedevano dal 2008, ha oltrepassato quota 7, linea spartiacque che molti economisti ritenevano sarebbe stata difesa a tutti i costi dalle autorità di Pechino. Si pensava, infatti, che i benefici alle esportazioni in arrivo dalla svalutazione, potessero essere superati dall’aumento dei costi di indebitamento a carico delle aziende che si sono finanziate in dollari. 

La Cina, lasciando mano libera ai mercati dopo il nuovo affondo di Donald Trump sui dazi, ha fatto sapere agli Stati Uniti, soprattutto alla Casa Bianca, di non aver problemi a superare quota sette di cambio, un livello di cambio che ridimensiona la portata dell’ultimo round di dazi annunciati su Twitter. 

Al contrario di quanto avvenuto quattro anni fa, la Banca del Popolo questa volta non si è mossa, con un intervento alla luce del sole, il lavoro l’ha svolto il mercato. L’istituto centrale, quasi a volersi discolpare, oggi ha diffuso un comunicato per ribadire la propria estraneità all’improvviso indebolimento della valuta e per avvertire gli speculatori di aver pronte delle contromisure capaci di stabilizzare il cambio. 

In effetti, è verosimile che Pechino, prima o dopo intervenga, fosse anche solo per impedire qualche pericolosissimo avvitamento dello yuan al ribasso. 

Guidare il cambio, per i cinesi, vuol dire avere a disposizione ingenti quantità di dollari, da buttare sui mercati al momento opportuno. Dove reperire queste risorse? Semplice, dalla dismissione di una parte dell’ingente mole di obbligazioni statunitensi detenute dallo Stato cinese. 

La repentina caduta del rendimento del Treasury Note a dieci anni, sceso dalla fine di luglio di 30 punti base sui minimi da novembre del 2016, potrebbe essere il segnale che la Cina ha iniziato a vendere i suoi bond stelle/strisce. 

Su questo fianco, Washington è debole, visto che il bilancio federale, per effetto dell’aumento del peso del debito, ha più bisogno di tenere alto il livello di investimento in carta americana in arrivo dall’estero. In base alla stima dell'ufficio bilancio del Congresso (CBO), nei prossimi cinque/dieci anni, ci potrebbe essere un gap nel finanziamento, nell’ordine dei 100 miliardi di dollari l’anno.

Nel caso l'avvertimento della Cina venga preso sul serio dalla Casa Bianca, nei prossimi giorni, potremmo vedere gli Stati Uniti abbassare i toni della polemica e Pechino intervenire sul cambio in modo da stabilizzarlo sotto quota sette. Se così fosse, le Borse potrebbero ritrovare un equilibrio nella parte centrale del mese. Se invece Trump continuerà nei suoi attacchi, la discesa dello yuan e del rendimento dei Treasury Note a dieci anni potrebbe proseguire. 

L’aumento dell’incertezza ha già spinto molti investitori a chiudere gli investimenti sui paesi emergenti finanziati con yen, infatti la valuta giapponese, molto utilizzata da chi usa lo strumento del carry trade, è salita sui massimi da inizio anno rispetto a dollaro, a 106. 

Il carry trade funziona in questo modo. Al momento dell’apertura dell’operazione, quando l’investitore prende a prestito yen, questa stessa valuta si indebolisce. L’operazione prosegue con l’acquisto di attivi ad alto rendimento, come per esempio le obbligazioni dei paesi emergenti. Quando il carry trade si chiude, si vendono i titoli in valuta emergente (che si svaluta) e si va a ricomprarsi yen, da restituire al prestatore.

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